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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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DON GARZIA

Me non reputo offeso; io sol compiangoL’offenditor: la mia vendetta è questa.

COSIMO

Oh degno in vero di un miglior fratello,

Che quel Garzia non è 1 Tu le fraterneIngiurie sotfri; e ben ti sta: ma, prima,

Sola cagion dell’ ira mia profondaNon è, l’aver egli mie leggi infrante,

Non 1’ aver teco ei contrastalo or dianzi.

L’impeto in lui, pur troppo, esser non veggioDi giovinezza figlio; è di mal semeFrutto peggiore: andar mi è forza al fonteDel mortifero tosco; udire io tutto,

Tutto indagare io deggio. In regai figlio,

Che può nuocer più ch’altri, e temer meno,L’opre, gli affetti, le parole, i passi,

Anco i pensier, lutto il saperne importa. j

DIEGO j

Pure, a delitto or non gli appor, ten prego, jCiò eh’ egli or dianzi irato a me dicea. J

PIERO

Ben vedi, o padre, che se pari avesse

L’ alma Garzia, tra lor ferma la pace !

Già fora; e Diego non s’infinge... !

DIEGO j

E finto

Neppur finor credo Garzia, né iniquo.

No, padre; in lui, benché da me diverso,

Semi pur veggo io di virtù; dal dritto !

Sentier sol parmi traviato: ei nutre ;

Privati affetti in principesche spoglie;

Quindi è il suo dir, che a noi sì strano appare; 1I disparer quindi fra noi sì spessi; j

E l’alla pompa ingiuriosa, ond’ egli j

Spiega fra noi le sue virtù romite. ;

Caldo di sdegno io primo, al tuo cospetto,Pungerlo osai, chiamandolo mendace,

E simulato: a un alto cor 1’ oltraggioInsopportabil era; e queta appenaFu l’ira in me, che assai men dolse. Io vengoPrimo a disdirmi espressamente; e, ov’abbiaTe indisposto contr’ esso il parlar mio,

A tor tal falsa impression sinistra.

COSIMO

Certo, assai meno è tradilor Garzia,

Di quel che tu sii grande.

DIEGO

A te siam figli...

COSIMO

Tu il sei, davver: Piero, e tu pure il sei.

PIERO

Men pregio, almeno.

DIEGO

Ah ! non perduto ancoraStima l’altro tuo figlio : a te il racquisla,

E a noi, ten prego; ma con dolci modi.

Al tenace suo cor, più che d’impero,

Forza si faccia or di consiglio; e maiNon gli mostrar, che tu di noi men l’ami,

COSIMO

Basta or, miei figli, basla. Itene: a voiCompiacer vo’. Tu Piero, a me tra breveGarzia qui manda; io parlerogli, — LaudoLa sollecita cura in te non meno,

Che in Diego il cor magnanimo sublime,

SCENA V.

COSIMO

Degna coppia di figli! — Or, qual mia stellaTerzo simil vi aggiunge? Io noi credea,

Benché fellon Garzia, fellon mai tanto. —

Ma, di qual occhio rimirar degg’ioDiego, che nato ad imperar, sol parlaDi perdonare i ricevuti oltraggi?...

Doleami forte di dover con linguaLaudare in lui, ciò che in mio core io biasmo.-Ma ben esperto ei non è ancor di regno;Apprenderà: tulli di prence io veggoEntro il suo petto i semi. Io coll’ esempioGl’insegnerò, che a ben reguar , men vuoisi,Men perdonar, quanto è più stretto il sangue!Quanto all’offeso è l’offensor più presso.

ATTO TERZO

SCENA I.

COSIMO, GARZIA

GARZIA

Eccomi, o padre, a’cenni tuoi. — Se lice,Con pronta umile filial risposta,

Prevenire i tuoi detti, or posso, io primo

11 mio fallo accusando, in te far scemaL’ira tua giusta, e l’onta in me. PotessiMen di perdono indegno agli occhi tuoiCosi pur farmi ! altro non bramo al mondo.Provocato da Diego, io l’oltraggiava;Troppo men duol; nè darmen puoi gastig 0 ’Che il mio pentir pareggi. A te più caro,

Di me maggiore, e già, per lunga usanza >