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DON GARZIA
Me non reputo offeso; io sol compiangoL’offenditor: la mia vendetta è questa.
COSIMO
Oh degno in vero di un miglior fratello,
Che quel Garzia non è 1 Tu le fraterneIngiurie sotfri; e ben ti sta: ma, prima,
Sola cagion dell’ ira mia profondaNon è, l’aver egli mie leggi infrante,
Non 1’ aver teco ei contrastalo or dianzi.
L’impeto in lui, pur troppo, esser non veggioDi giovinezza figlio; è di mal semeFrutto peggiore: andar mi è forza al fonteDel mortifero tosco; udire io tutto,
Tutto indagare io deggio. In regai figlio,
Che può nuocer più ch’altri, e temer meno,L’opre, gli affetti, le parole, i passi,
Anco i pensier, lutto il saperne importa. j
DIEGO j
Pure, a delitto or non gli appor, ten prego, jCiò eh’ egli or dianzi irato a me dicea. J
PIERO
Ben vedi, o padre, che se pari avesse
L’ alma Garzia, tra lor ferma la pace !
Già fora; e Diego non s’infinge... !
DIEGO j
E finto
Neppur finor credo Garzia, né iniquo.
No, padre; in lui, benché da me diverso,
Semi pur veggo io di virtù; dal dritto !
Sentier sol parmi traviato: ei nutre ;
Privati affetti in principesche spoglie;
Quindi è il suo dir, che a noi sì strano appare; 1I disparer quindi fra noi sì spessi; j
E l’alla pompa ingiuriosa, ond’ egli j
Spiega fra noi le sue virtù romite. ;
Caldo di sdegno io primo, al tuo cospetto,Pungerlo osai, chiamandolo mendace,
E simulato: a un alto cor 1’ oltraggioInsopportabil era; e queta appenaFu l’ira in me, che assai men dolse. Io vengoPrimo a disdirmi espressamente; e, ov’abbiaTe indisposto contr’ esso il parlar mio,
A tor tal falsa impression sinistra.
COSIMO
Certo, assai meno è tradilor Garzia,
Di quel che tu sii grande.
DIEGO
A te siam figli...
COSIMO
Tu il sei, davver: Piero, e tu pure il sei.
PIERO
Men pregio, almeno.
DIEGO
Ah ! non perduto ancoraStima l’altro tuo figlio : a te il racquisla,
E a noi, ten prego; ma con dolci modi.
Al tenace suo cor, più che d’impero,
Forza si faccia or di consiglio; e maiNon gli mostrar, che tu di noi men l’ami,
COSIMO
Basta or, miei figli, basla. Itene: a voiCompiacer vo’. Tu Piero, a me tra breveGarzia qui manda; io parlerogli, — LaudoLa sollecita cura in te non meno,
Che in Diego il cor magnanimo sublime,
SCENA V.
COSIMO
Degna coppia di figli! — Or, qual mia stellaTerzo simil vi aggiunge? Io noi credea,
Benché fellon Garzia, fellon mai tanto. —
Ma, di qual occhio rimirar degg’ioDiego, che nato ad imperar, sol parlaDi perdonare i ricevuti oltraggi?...
Doleami forte di dover con linguaLaudare in lui, ciò che in mio core io biasmo.-Ma ben esperto ei non è ancor di regno;Apprenderà: tulli di prence io veggoEntro il suo petto i semi. Io coll’ esempioGl’insegnerò, che a ben reguar , men vuoisi,Men perdonar, quanto è più stretto il sangue!Quanto all’offeso è l’offensor più presso.
ATTO TERZO
SCENA I.
COSIMO, GARZIA
GARZIA
Eccomi, o padre, a’cenni tuoi. — Se lice,Con pronta umile filial risposta,
Prevenire i tuoi detti, or posso, io primo
11 mio fallo accusando, in te far scemaL’ira tua giusta, e l’onta in me. PotessiMen di perdono indegno agli occhi tuoiCosi pur farmi ! altro non bramo al mondo.Provocato da Diego, io l’oltraggiava;Troppo men duol; nè darmen puoi gastig 0 ’Che il mio pentir pareggi. A te più caro,
Di me maggiore, e già, per lunga usanza >