Buch 
Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
Entstehung
Seite
340
JPEG-Download
 

SOFONISBA

340

SIFACE

Scipione in volto? io’l rimirai da presso,

Con fermo viso, più volte in battaglia:

Arbitra d’ogni cosa or vuol fortuna,

Ch’io più mirar non l’osi. In questo campoSol di Siface il morto corpo addursiDai Romani dovea: ma, non è sempreDato ai forti il morire ; ed io qui provaTrista ne sono; ahi misero I — DovuteQuindi a me son queste catene ; e quindiSon nel limo dannali ora i miei sguardi;

Ch’io agli occhi mai del vincitor nemicoErgerli non potrei.

SCIPIONE

Non è dei vinti

Scipion nemico; e benché a lui fortunaSolo fìnor T aspetto lieto aprisse,

Non per prosperi eventi ei va superbo,

Come non mai vii per gli avversi ei fora. —Cortese forza io far ti vo’. DiscioltiEcco i tuoi ceppi indegni: a solo a solo,

Pari con pari, or con Scipion favella.

SIFACE

Umano parli, e il sei. Se Tesser vintoSotfribil fosse a un re, dall’armi tueEsserlo, il fora. Ma, che posso io dirti,

Che della prisca mia grandezza, e a un tempoDella presente mia miseria, degnoParer li possa? E a le, che resta a dirmi,Ch’io già noi sappia?

SCIPIONE

Io? ti dirò, che grande,Che magnanimo tanto ancor ti estimo,

Ch’io non dubito chiedere a te stessoDel tuo cangiarti la cagion verace.

SIFACE

Fuor che a fedele esperto amico, il cuoreNon suolsi aprir; ma o radi mollo, o nulli,

Dei tali ai re ne tocca. Indegno io forseDi amici veri, abbenchè re, non era :

E, in prova, aprirti ora il mio cuore io voglio,A te, nemico generoso, io ’l posso,

Meglio che a finto amico. Odimi dunque. —■Roma è tua culla, ed Affricano io nasco:

Tu cittadin d’alla ciltade sei;

Di numerosa nazion possenteIo già fui re. Frapposto mare il tuoDal mio terren partiva: io mai non posiIn vostra Italia il piede; a mano armataStai nell’Affrica tu. Cartagin pria,

Poscia T Affrica intera, è in voi lusingaDi soggiogare. A me vicina, e quindiOra a vicenda amica, ora nemica,

Cartagin era: e benché abborra anch’ella,

Al par che Roma, i re; di orgoglio e possa

Men soverchiente il popol suo, che il vostro,

Men da me pure era abborrilo. Offeso

È il cor d’un re tacitamente sempre

Da ogni libero popolo; qual ira

Destar gli de’quel eh’è con lui superbo? —

Eccoti piano il tutto: odiarvi a morte,

Come insolenti predator stranieri ,

Era il mio cor: fede, amistà giurarvi,

Dopo le ispane alte vittorie vostre,

Era il mio senno.

SCIPIONE

Ma il valor dell’ armiRomane a prova conosciuto avevi ;

Perchè tua fede non serbar tu a Roma?

SIFACE

— E che dirà Scipion, se il ver gli narro?Scipion, quel grande, il di cui core, albergoD’amistà, di pietà, di ogni sublimeUmano affetto, al solo amore ognoraImpenetrabil fu. — Lusinghe, amore,

Irresislibil possa di beltade,

Qui m’han condotto; a te il confesso ; e in dirlo,Non io nel volto di rossor sfavillo.

Te cittadino, amor di gloria spronaA superare i cittadin tuoi pari;

Quindi all’altro sei sordo: a un re, che in tronoEguali a sé non ha, tal sprone manca ;

Quindi alla gloria sordo il rende ogni altraSua passione. A un re infelice il credi;

Ch’ei verace esser può. Tu, da quel grandeChe sei, più ch’odio o spregio, pietà tranne;Ch’io da Scipion soltanto non la sdegno.

SCIPIONE

D’amor le fiamme io non provai, ma immensaLa sua possa rispetto, e temo anch'io.

Spesso il fuggii; chè antiveder suoi straliSi den, cui tardo ogni rimedio è poscia.

Di Sofonisba diffidar dovevi,

Pria di vederla, tu: di Asdrubal figliaEH’erain somma, entro Cartagin nata,

D’odio imbevuta in un col latte, e d’ira,

Contro a Roma: e se a noi dall’util tuoEri allacciato allor, ben chiaro il danno,

Che tornar ten dovea nel darne il tergo,

Tu preveder potevi.

SIFACE

E nulla conti

Quella, che 1’ uom si spesso inganna e regge»La speme? Io l’ebbi, che ad Asdrubal strettoDi tai legami, entro a Cartagin nulloPiù di me vi potria: vedula posciaDi Sofonisba la bellezza, io vinto,

Io preso, io servo allor, più che noi sonoOr nel tuo campo, d’uno error nell’altroCadendo andai. Per Sofonisba il regnoOr perdo io, si; la fama, e di me stessoLa stima io perdo: e il crederesti? in vitaPur non mi duol di rimaner brev’ ora,

Fin eh’ io lei sappia in securlà. Non temoPer lei l’infamia; è d’alto core anch’ella;

Nè viva mai dietro al tuo carro avvinta,

Più che Siface, irne potrebbe: or odi,

Non i sensi di un re, di stolto amanteOdi or le smanie. Una gelosa rabbiaM’arde e consuma, e la mia morte allunga-