ATTO SECONDO
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Ah Massinissa I — Io tutto so, mel diceIl tacer tuo : per te nuli’ altro al mondoIo temea. La tua gloria, e in un la mia,Oscurata esser può da colei sola,
Ch’ ora in campo traesti. In Cirta al fiancoIo non ti slava : all’ amistà lontanaQuindi anteposto hai tu d’amor le fiamme.
Ma pur, di te non io mi dolgo; ah! provaLarga ben or mi dai d’amistà vera,
Trar non volendo la tua preda altrove,
Che nel mio campo; e nel voler deporreIn cor soltanto al tuo Scipion le fereTempeste del tuo core.
MASSINISSA
— Inaspettato
Mi giunge il viver di Siface. — Io sposaSofonisba sperai; promessa fummi,
Pria che data a Siface : ei mal la seppeDifender contro all’armi nostre; e nullaA un vinto re, preso in battaglia, resla.
Pur, benché vinto, è d’alto cor Siface:
A lungo ornai, son certo, all’onta suaEi non vuol sopravvivere. — Ma, siaDi lui che vuole, odi, o Scipion, miei sensi. —Caldo e verace amico a lunga provaTu conosciuto hai Massinissa: or sappi,
Che al par verace e ancor più ardente amante,Nullo oslacolo ei cura. In cor numidaNon entra mai tiepida fiamma: o sposoIo sarò dell’amata Sofonisba,
O con lei spento. Entro al tuo campo io stessoMi affrettai di condurla: era qui soloPago appieno il mio cor; qui ad alta voceGloria, onore, amislà, virtù mi appella;
Senza tradire l’amor mio, qui speroTutti adempir gl’incarchi miei. Dal duce,
E in un dal fido amico, udir vogl’io,
Come Cartagin debellare affattoSi debba ornai ; come possanza e lustroDebba accrescersi a Roma, e gloria a noi;
E come, in fin, me far felice io possa.
SCIPIONE
Più che d’ unico figlio , a me ( tei giuro )
Duol del tuo cieco giovenile errore,
Che traviar ti fa. La gloria nostra,
La possanza di Roma, la imminenteTotal rovina di Carlago, e T altaFelicità tua vera, in noi ciò luttoStava finora; anzi che vinto in CirtaTu soggiacessi a femminile assalto:
Ma, tutto a le tolto hai tu stesso, e a noi,
Coll’ amor tuo fatale. — Ma no; sordoEsser non puoi di tua virtude al grido;
Esser non puoi contra Siface istesso,
Ingiusto tu; nè mai crudel nè ingratoAl sol tuo amico esser tu puoi. La vitaDi Siface or condanna, e rompe, e annullaQuesto amor tuo: nè mai...
MASSINISSA
Nè mai?... Quest’oggi
Sarà mia sposa Sofonisba ; io ’l giuro.
E se protrar col viver suo SifaceVuoi la sua infamia, e il dolor mio, me debbeEi stesso qui, di propria man, col suoBrando svenarmi; o per mia man svenatoEi cader oggi.
SCIPIONE
È prigioniero, è inermeFra noi Siface; e a Massinissa in coreVii pensiero non cape. — Or, tu vaneggi;
Ma certo io son, che se al tuo sguardo occorreQuell’infelice re, tu, generoso,
Dall’insultarlo lungi, ahi si, tu primo,
Ne sentirai pietà. — Ma, posto ancoraChe in modo alcun, sia qual si voglia, spentoSiface cada, e possessor tranquilloQuindi sii tu di Sofonisba ; a qualePartito allor pensi appigliarti?
MASSINISSA
— A Roma,
E al mio Scipione eternamente avvinto,
Nulla mi può...
SCIPIONE
Ma, più di Roma, or dimmi,Sofonisba non. ami?
MASSINISSA
— Io?... Ciò non voglio
Saper, per ora.
SCIPIONE
Oh sfortunato amico 1Io già ’l so, pria di le. So, che pospostoL’ulil tuo vero, e la ragione, e i sacriDi gratiludin, d’amistà, di fedeSeveri nomi, a rio destino in predaPrecipitar ti vuoi. Non puossi a lungoAl fianco aver d’Asdrubale la figlia,
E rimaner di Roma amico, e farsiDistruttor di Cartagine. CompiangoCaldamente tua sorte. Ai re nemiciDi Roma, il sai, qual fera sorte avvenga,
O tosto, o lardi. I detti miei non sonoMinacce, no; deh! tu noi creder: tolga,
Tolga il cielo, che mai del giusto sdegnoDi Roma in te, ministro farmi io voglia!Questo mio brando, che a riporti in seggioValse, ah! no mai, col non minor tuo brando,Cli’ or tante aggiunge alte vittorie a Roma,
Al paragon, no, non verrà: la puntaPria volgeronne al petto mio: ma, dimmi:
Son Roma io forse? un cittadin privatoIo son di Roma, il sai; nè manca ad essaConsiglio, ed armi, e capitani. A questeSpiagge altro duce, con ugual fortuna,
Con maggior senno, e con minor pietade,Verrà in mia vece; e rammentar farattiLa mal serbata tua fede giurata.
MASSINISSA
Or, vuoi tu ch’uom, eh’è di Scipion l’amico,Al terror di futuro e incerto dannoDoni ciò, eh’ egli all’ amislà pur niega?