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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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SOFONISBA

Mal mi conosci. — Io ti domando, in somma,

Se di Cirta espugnata col mio ferro,

Co’miei Numidi, e col lor sangue e il mio;

Se di Cirta appartiene oggi la predaA Roma, o a me: se sposa mia promessa,

Da me sol Sofonisba or qui condotta,

S’ella è regina qui, s’ ella m’è sposa,

O s’ella è pur schiava di Roma.

SCIPIONE

— EU’ era,

E ancor (pur troppo I) di Siface è moglie.

MASSINISSA

T’intendo. Oh rabbia!... E speri tu?...

SCIPIONE

La scelta,

Massinissa, a te lascio: inerme io sempreMi aggiro qui; da’ tuoi Numidi farmiSvenar tu puoi; piantarmi in cor tuo brando,

Tu stesso il puoi : ma se tu me non sveni,

Ir non ti lascio a tua rovina. Ov’ abbiCor di voler tu la rovina mia,

Io vi corro per te. Serba tua preda :

Roma, il senato, accusator mi udrannoDi me stesso: dirò, che alla privataAmistà nostra e il ben di Roma, e il tuo,Sagriflcar mi piacque; e in premio avronneDell’ amistà, eh’ ebbi per te non vera,

La vera infamia mia.

MASSINISSA

Scipion; m’è cruda

Più mille volte or l’amistà tua troppa,

Che non lo foran le minacce, e l’armi...

Misero me!... mi squarci il cuor. — Ma, trarneNulla può il dardo radicato e saldo,

Che amor v’ infisse. Alla insanabil piagaDittamo e tosco il tuo parlare a un tempoMi porge : ahi ! questo è marlìr nuovo...— 0 ingratoFammi del tutto, e qual nemico interoTrattami; o meco, qual pietoso amico,

Servi al mio mal... Pianger mi vedi ; e il piantoRattener puoi? — Che dico? ahi vii! che ardiscoDire al cospetto io di Scipione?— InsanoFinor mi hai visto, or non più, no. — Fra breveSaprà Scipion, di Roma il duce, a qualeImmutabil partito al fin si appigliaIl re numida Massinissa.

SCIPIONE

Ah! m’odi...

SCENA III.

SCIPIONE

Ei mi s’invola! il seguirò: lasciarloA sè stesso non vuoisi ; a mal suo gradoSalvar si debbe: è d’alto core; il merta.

ATTO TERZO

SCENA I.

SOFONISBA

Misera me! che mai sarà? qual chiudeFeroce arcano or Massinissa in petto ?

Che mai gli disse il reo Scipione? Ah ! sempre,Sempre il previdi, che fatale a entrambiQuesto campo sarebbe. — Oh Massinissa!...Or, di pianto pietoso pregni gli occhi,

Me stai mirando, e favellar non m’osi...

Or, con tremanti ed interrotti accenti,

Tua pur mi chiami : or, disperati e biechiFerocemente asciutti gli occhi torciDa me sdegnoso ; e su la ignuda terraTi prostendi anelante; e sole invochiCon grida orrende le furie infernali...

Ah I nel mio petto le tue furie istesse

Trasfuse hai già. — Presagio in cor di quantoMinaccia a noi questo Scipione, io l’ebbi.Tutto antivedo; e in un, di nulla io temo.

Or ch’ei, qual debbe, aperto emmi nemico,Or io Scipion vo’udire, e far ch’egli odaDi Sofonisba i sensi.. Ma, chi veggoVenir vèr me? Fors’io vaneggio?... Oh cielo!Vivo Siface ?... in questo campo?... Oh vista !

SCENA II.

SIFACE, SOFONISBA

SIFACE

Alto slupor pinto hai nel volto, o donna,Nel rivedermi? —Esser doveva io spento:Benigna in ciò la fama ebbi, ma avversaLa fortuna, pur troppo !