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SOFONISBA
Mal mi conosci. — Io ti domando, in somma,
Se di Cirta espugnata col mio ferro,
Co’miei Numidi, e col lor sangue e il mio;
Se di Cirta appartiene oggi la predaA Roma, o a me: se sposa mia promessa,
Da me sol Sofonisba or qui condotta,
S’ella è regina qui, s’ ella m’è sposa,
O s’ella è pur schiava di Roma.
SCIPIONE
— EU’ era,
E ancor (pur troppo I) di Siface è moglie.
MASSINISSA
T’intendo. Oh rabbia!... E speri tu?...
SCIPIONE
La scelta,
Massinissa, a te lascio: inerme io sempreMi aggiro qui; da’ tuoi Numidi farmiSvenar tu puoi; piantarmi in cor tuo brando,
Tu stesso il puoi : ma se tu me non sveni,
Ir non ti lascio a tua rovina. Ov’ abbiCor di voler tu la rovina mia,
Io vi corro per te. Serba tua preda :
Roma, il senato, accusator mi udrannoDi me stesso: dirò, che alla privataAmistà nostra e il ben di Roma, e il tuo,Sagriflcar mi piacque; e in premio avronneDell’ amistà, eh’ ebbi per te non vera,
La vera infamia mia.
MASSINISSA
Scipion; m’è cruda
Più mille volte or l’amistà tua troppa,
Che non lo foran le minacce, e l’armi...
Misero me!... mi squarci il cuor. — Ma, trarneNulla può il dardo radicato e saldo,
Che amor v’ infisse. Alla insanabil piagaDittamo e tosco il tuo parlare a un tempoMi porge : ahi ! questo è marlìr nuovo...— 0 ingratoFammi del tutto, e qual nemico interoTrattami; o meco, qual pietoso amico,
Servi al mio mal... Pianger mi vedi ; e il piantoRattener puoi? — Che dico? ahi vii! che ardiscoDire al cospetto io di Scipione?— InsanoFinor mi hai visto, or non più, no. — Fra breveSaprà Scipion, di Roma il duce, a qualeImmutabil partito al fin si appigliaIl re numida Massinissa.
SCIPIONE
Ah! m’odi...
SCENA III.
SCIPIONE
Ei mi s’invola! il seguirò: lasciarloA sè stesso non vuoisi ; a mal suo gradoSalvar si debbe: è d’alto core; il merta.
ATTO TERZO
SCENA I.
SOFONISBA
Misera me! che mai sarà? qual chiudeFeroce arcano or Massinissa in petto ?
Che mai gli disse il reo Scipione? Ah ! sempre,Sempre il previdi, che fatale a entrambiQuesto campo sarebbe. — Oh Massinissa!...Or, di pianto pietoso pregni gli occhi,
Me stai mirando, e favellar non m’osi...
Or, con tremanti ed interrotti accenti,
Tua pur mi chiami : or, disperati e biechiFerocemente asciutti gli occhi torciDa me sdegnoso ; e su la ignuda terraTi prostendi anelante; e sole invochiCon grida orrende le furie infernali...
Ah I nel mio petto le tue furie istesse
Trasfuse hai già. — Presagio in cor di quantoMinaccia a noi questo Scipione, io l’ebbi.Tutto antivedo; e in un, di nulla io temo.
Or ch’ei, qual debbe, aperto emmi nemico,Or io Scipion vo’udire, e far ch’egli odaDi Sofonisba i sensi.. Ma, chi veggoVenir vèr me? Fors’io vaneggio?... Oh cielo!Vivo Siface ?... in questo campo?... Oh vista !
SCENA II.
SIFACE, SOFONISBA
SIFACE
Alto slupor pinto hai nel volto, o donna,Nel rivedermi? —Esser doveva io spento:Benigna in ciò la fama ebbi, ma avversaLa fortuna, pur troppo !