ATTO TERZO
SOFONISBA
Oh inaspettataTerribiI vista ! Or mi è palese appienoL’orrendo arcano...
S1FACE
Infra le stessa parli?
A me favella. Or, mirami ; son quello,
Quel tuo consorte io son, che, a te pospostoE regno e onor, privo d’eutrambi, avvintoInfra romani lacci, ancor su l’orloDella bramata tomba il piè rallengo,
Per saper di tua sorte.
SOFONISBA
Oh detti !... Ahi ! dove,
Dove mi ascondo ?...
SIFACE
Ah ! di vergogna , e a un trattoDi morte l’orme (oh cielo) impresse io veggioSul luosmarrilo volto? Assai mi parlalituo silenzio atro, profondo: io leggoDentro al tuo cor la orribile battagliaDi affetti mille. Ma, da me rampognaNiuna udrai tu: benché oltraggiato, e in ceppi,E da tutti deserto , ancor pur sentoDi te più assai, che non di me, pietade.Conosci or, donna, s’io t’amai.—Mi è noto,Che il comando del padre, e 1’ odio acerboChe per Roma hai nel petto, eran lue scorteAl mio talamo sole ; amor, no, maiTu per me non avevi. Io stesso adducoLe lue discolpe, il vedi. Io so, che d’altraNon bassa fiamma ardevi tu, già priaD’essermi sposa. Amor per prova intendo:
Sua irresistibil forza, il furor suo,
Tutto conosco: e, mal mio grado, io quindiAmai le sempre. A riamarmi astrettaTu dalle umane e sacre leggi, amarmiNon li fu pur possibil mai. — GelosaRabbia mi squarcia a brani a brani il core:Vorrei vendetta; e, abbenchè vinto e inerme,Dell’ abbonito mio rivai pur farlaQui ancor potrei... Ma, tu trionfi, o donna:
Più che geloso ancora, amante io vero,
Col mio morir salva lasciarti or voglio. —Perdonarli, fremendo; a orribil vitaEsser rimasto, odiandola, e soltantoPer rivederli; ardentemente a un tempoLieta con altri desiarti, e spenta;
Or, come sola de’ miei mali infaustaFonte, esecrarti; or, come il ben ch’io avessiUnico al mondo, piangendo adorarli...
Ecco, fra quali agitatrici Erinni,
Per te strascino gli ultimi momentiDel viver lungo e obbrobrioso mio.
SOFONISBA
...Ardirò pur, ma con tremante voce,
L’alma mia disvelarli. — A dir, non moltoMi avanza: in mio favor, troppo dicestiTu, generoso: a morir sol mi avanza,Degnamente, qual moglie di Siface,
Alfieri
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Qual di Asdrubale figlia. —Al suon, che sparseDel tuo morir la fama, è ver, ch’io ardivaLa mia destra promettere; ma dataNon l’ho: tu vivi, e di Siface io sono.
Le tue vendette, e in un le mie, nuli’ uomoContra Roma eseguir meglio potea,
Che Massinissa. Di tal speme io cieca,
E presa in un ( noi niegheró ) del suoChiaro valor, toglierlo a Roma, e farloDi Cartagine scudo ebb’ io disegno.
Ma, Siface respira? al suo destino,
Qual eh’ei lo elegga, inseparabil ioCompagna riedo, e non dei tutto indegna.
SIFACE
L’alto proposto tuo, grande è sollievoA re infelice, e a non amato sposo;
Ma ad un amante oltre ogni dire ardente,
Qual io ti sono, ei fia supplizio estremo.
Già da gran tempo entro al mio core ho fermo11 mio deslin, cui mai divider meco,
No, mai non dei. Preghi e comandi ascolta,Donna, or dunque da me... Ma Scipio a noiVeggio venirne: a lui soltanto al mondoBramo indrizzar gli ultimi accenti miei.
SCENA III.
SCIPIONE, SOFONISBA, SIFACE
SIFACE
Odimi, o Scipio. — Innanzi a te, sparisceIl simulare; innanzi a le, di niunaMia debolezza il vergognarmi è dato:
Tu, benché niuna in tuo gran cor ne alberghi,Grande qual sei, tutte in altrui le intendi,
E umanamente le compiangi. — È questa,
( Mirala or ben ) la cagion prima è questaD’ogni mio danno; e in lei pur sola io posiOgni mio affetto. Non mi hai visto ancoraTremar per me; per altri or scendo ai preghi;A forza io ’l fo...
SOFONISBA
Non per la figlia al certoDi Asdrubal preghi. Al par di te, securaFors’io non sto? — Che puoi, Scipion , tu farmi?Nata in Cartagin io, nemica a Roma,
E prigioniera entro il romano campo,
Io pur secura sto...
SCIPIONE
Noi tutti, o donna,
Pone in duri frangenti or la fatale
Bizzarra possa della sorte. Io lieto
Certo non son dei danni vostri: e indarno
Meco fai pompa tu dell’ odio innato
Tuo contra Roma. Ancor che Annibai crudo
Da tutta Italia ogni pietà sbandisca,
Non io perciò contro ai nemici atroceOdio racchiudo. Ove con lor mi è forza
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