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SOFONISBA
A battaglia venirne, io, vincitori,
Gl’invidio e ammiro ognor; vinti, gli aiuto,
E gli compiango.
S1FACE
Ed a le solo io quindi,
Ciò che a nuli’ uom non avrei detto io mai,Dir mi affido...
SOFONISBA
Che dir? Tu per te nullaCerto non chiedi al vincitore ; io niegoNulla da lui ricever mai ; nè purela sua pietà : eh’ altro havvi a dire ? InnanziAl gran Scipion, chi vile osa mostrarsi?
Ma, s’anco vile io fossi, il sol vedermiDavanti agli occhi il distrutto! - de’ miei,
L’ apportator d’ ultimi danni all’ allaPatria mia, ciò sol farmi arder potrebbeOr di magnanim’ ira. Al par nemicaE di Scipione, ancor che umano ei sia,
Mi professo, e di Roma : a farmen degna,Deggio in Scipion più maraviglia or dunque ,Che non pietà, destare.
SCIPIONE
Ogni alma eccelsa,
Ch’ abbia avversa la sorte, a me fa quasiAbborrir la mia prospera.
SOFONISBA
Funesta
Gioia, ma gioia pure, in sen mi brilla,
Or che mi è dato alfine aprir miei sensiAl primier dei Romani. Intender tuttiI misti affetti, a cui mio core è in preda,
Tu solo il puoi, che cittadino ed uomoDel par sei sommo. — A chi in Cartagin cullaEbbe, non men che a chi sul Tebro nacque,la patria sta, sovra ogni cosa al mondo,
Fitta nell’ alma. In me, bench’ io pur donna,Femminili pensier non ebber loco,
Se non secondo. Amai chi meglio odiavaVoi, superbi Romani. Un dì nemicoEra a voi Massinissa ; e al suono alloraDi sue guerriere giovanili impreseIo m’accendea. Siface, allor di RomaEra, non so se ligio, o amico. — Or questiSon gli ultimi miei delti: a Scipio parlo,
E a te, Siface : il simular non giova ;
Chè il cor dell’uom voi conoscete entrambi. —
Dei primi nostri alletti assai profonde
In noi rimangon l’orme : udendo io quindi,
Che 1’ ucciso Siface intera palma
Dava ai Romani ; e Massinissa a un tempo
Occorrendomi agli occhi ; in mio pensiero
Disegno io fei ( forse il dettava il core )
Di distorlo da Roma, e di lui scudo
A Cartagine fare, e a me. Nemica
Qui fra P aquile vostre io dunque or venni :
E l’alta speme, che in mio cor s’é fitta
Di ribellarvi Massinissa, in bando
Fatto m’ha porre assai riguardi ; io ’l sento ;
E colpevol men taccio ; e ad alla ammenda
Son presta io già. Forse, con possa ignota ,
Mi strascinava vèr voi la mia sorteA dar di me non basso un saggio : ed ecco,Campo or mi s’apre a dimostrare a Roma,Qual alma ha in sen donna in Carlagin nata.
SIFACE
L’inaspettato viver mio, ben veggo,
Ad ogni mira tua solo e fatale
Inciampo egli è : ma un’ ombra vana, e breve,
Fia il viver mio. Cessò mia vera vita ,
Dal punto in cui mia libertà cessava :
A che restassi, il sai. Sublimi sforzi,
Da te gli apprendo. Ancor che orrenda piagaSien tuoi detti al mio core, a me soltantoDovevi aprirti ; a vendicarmi degna
10 ti lasciava ; e lascio...
SOFONISBA
A vendicarci,
Non dubitarne, altri rimane. Ogni uomo
11 suo dover qui compia ; il mio si cangia ,
Al rivivere tuo. — Svelato appieno
T’ ho del mio core i più nascosi affetti :
Mi udia Scipion ; cui vii nemica io fora,
Se in altra guisa io favellato avessi.
SCIPIONE
Franco e sublime il tuo parlar, mi è prova,Che me nemico non volgare estimi.
Deh , pur potessi !...
SOFONISBA
Assai diss’ io. — Siface ,Or ritrarci dobbiamo...
SIFACE
In breve io seguo
I passi tuoi...
SOFONISBA
No: dal tuo fianco ornaiNon mi scompagno.
SIFACE
E abbandonarmi pure
Dovrai...
SOFONISBA
Noi voglio; e alla presenza io’l giuroDel gran Scipione. — Or via, deh! meco vien' :Alle orribili tante atre tempeste,
Che ci squarciano il core, un breve sfogoVuoisi conceder pure. Il pianto a forzaFinor rallenni, io donna : al tuo cospettoNo, non si piange, o Scipio: ma naturaVuol suo tributo al line. Egli è da forteIl sopportar le avversità ; ma foraVii stupidezza il non sentirne il carco.
SIFACE
Mìsero me ! deh ! perchè vissi io tanto ?.••
SCESA IV.
SCIPIONE
Sublime donna ella è costei : RomanaDegna sarebbe. — Io ’l pianto a stento afff en