ATTO SECONDO
BRUTO
Ancor che lieve,
Esser de’ pur di lieto augurio a RomaTal principio di guerra. Avervi io parteVoluto avrei; chè nulla al pari io bramo ,
Che di star loro a fronte. Oh I che non possoE in foro e in campo, e lingua, e senno, e brando,Tutto adoprare a un tempo! Ma, ben posso,Con lai figli, adempir più parti in una.
TIBERIO
Altro a dirli mi resta. Allor che in fugaEbbi posti quei vili, io nel tornarneVerso le mura, il suon da tergo udivaDi deslrier che correa su 1’ orme nostre :Volgomi addietro, ed ecco a noi venirneDel tirannico stuolo un uom soletto:
Nuda ei la destra innalza; inerme ha il fianco;Tien con la manca un ramoscel d’olivoE grida, e accenna : io mi soffermo, ei giunge ;E in umil suon, messo di pace, ei chiedeL’ingresso in Roma. A propor patti e scuseViene a Rruto, e al senato...
BRUTO
Al popol, dici :
Chè, o nulla è Brqto; o egli è del popol parte.Ed era il messo ?...
TIBERIO
Egli è Mamilio : io’l feaBen da’ miei custodir fuor della porla ;
Quindi a saper che far sen debba io venni.
BRUTO
Giunge in punto costui. Non più opportuno ,
Nè più solenne il di potea mai scerrePer presentarsi de’ tiranni il messo.
Vanne; riedi alla porta, il cerca, e tecoTosto lo adduci. Ei parlerà, se T osa,
A Roma tutta in faccia : e udrà rispostaDegna di Roma, io spero.
TIBERIO
A lui men volo.
SCHIVA III.
BRUTO, TITO
BRUTO
Tu, vanne intanto ai senatori incontro;
Fa che nel foro il più eminente locoA lor dia seggio. Ecco, già cresce in follaLa plebe ; e assai de’ senator pur veggo;
Vanne ; affrettati, o Tito.
SCHIVA IV.
BRUTO, POPOLO, Senatori, e Patrizi, I
che si van collocando nel foro j
I
BRUTO I
— 0 tu , sovrano !
Scrulator dei più ascosi umani affetti ; ;
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Tu che il mio cor vedi ed infiammi ; o Giove ,Massimo, eterno prolettor di Roma ;
Prestami, or^deh! mente e linguaggio e spirtiAlla gran causa eguali... Ah ! si, il farai;
S’egli è.pur ver, che me slromento hai sceltoA libertà, vero e primier tuo dono.
SCHIVA V.
BRUTO salito in ringhiera , VALERIO ,TITO, POPOLO, Senatori , Patrizi
bruto
A tutti voi, concittadini, io vengoA dar dell’ opre mie conto severo.
Ad una voce mi assumeste or dianzi
Con Collatino a dignità novella
Del lutto in Roma : ed i littori, e i fasci,
E le scuri (fra voi già regie insegne)
All’annual nostro elettivo incarcoAttribuir vi piacque. In me non entraPer ciò di stolta ambizione il tarlo :
D’onori, no, (benché sien veri i vostri)
Ebro non son : di libertade io ’l sono ;
Di amor per Roma ; e d’implacabii feroAbborrimento pe’ Tarquinj eterno.
Sol mio pregio lìa questo ; e ognun di voiMe pur soverchi in tale gara eccelsa ;
Ch’altro non bramo.
POPOLO
Il dignitoso e forte
Tuo aspetto , o Bruto , e il favellar tuo franco ,Tutto, si, tutto in te ci annunzia il padreDei Romani, e di Roma.
BRUTO
0 figli, dunque ;
Veri miei figli, (poiché a voi pur piaceOnorar me di un tanto nome) io speroMostrarvi in breve , ed a non dubbie prove ,Ch’olire ogni cosa, oltre a me stesso, io v’amoi.—Con molti prodi il mio collega in armiUscito è già della cillade a campo,
Per incontrare , e in securlà raccòrròQuei che a ragion diserte lian le bandiereDegli oppressori inique. Io lutti voi,
Plebe , e palrizj , e cavalieri, e padri,
Nel foro aduno ; perchè a lutti innanziTrattar di tutti la gran causa io stimo.
Tanta è parte or di Roma ogni uom romano,Che nulla escluder dal consesso il puote,
Se non l’oprar suo reo. — Patrizj illustri ;
Voi, pochi ornai dal fero brando illesiDel re tiranno ; e voi, di loro il fiore ,
Senatori ; adunarvi infra una plebeLibera e giusta sdegnereste or forse ?
Ah ! no : troppo alti siete. Intorno intorno ,
Per quanto io giri intenti gli ocohi, io veggoRomani tutti; e nullo havvene indegno,
Poiché fra noi re più non havvi. — Il labro