ATTO
Dehl non tardare; or, quanto indugi meno,Più ben farai...
CECHI
Se l’indugiar mi costi,
Pensar tu il puoi: ma in tanto insolit’ora,
Nè appellarla vogl’io, nè a lei venirne,
Nè turbata mostrarmele. Non vuoisiIn essa incuter nè timor, nè doglia :
Tanto è pieghevol, timida, e modesta ,
Che nessun mezzo è mai benigno troppo,
Con quella nobil indole. Su, vanne,
E posa in ipe, come in te sola io poso.
SCENA II.
CECRI
Ma, che mai fìa ? già l’anno or volge quasi,Ch’io con lei mi consumo ; e neppur tracciaDella cagion del suo dolor ritrovo ! —
Di nostra sorte i Numi invidi forse ,
Torre or ci von si rara figlia, a entrambiI genilor solo conforto e speme?
Era pur meglio il non darcela, o Numi.Venere, o tu, sublime Dea di questaA te devota isola sacra, a sdegnoLa sua troppa beltà forse li muove ?
Forse quindi al par d’essa in fero statoMe pur riduci? Ah ! la mia troppa e stoltaDi madre amante baldanzosa gioia ,
Tu vuoi ch’io sconti in lagrime di sangue...
SCENA III.
CINIRO, CECRI
CINIRO
Non pianger, donna. Udito in breve ho il (ulto;Euriclea di svelarmelo costrinsi.
Ah ! mille volte pria morir vorrei,
Che all’ adorala nostra unica figlia
Far forza io mai. Chi pur creduto avrebbe,
Che trarla a tal dovessero le nozzeChieste da lei? Ma, rompansi. La vitaNulla mi cal, nulla il mio regno, e nullaLa gloria mia pur anco, ov’ io non veggaFelice appien la nostra unica prole.
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CECHI
Eppur, volubil mai Mirra non era.
Vedemmo in lei preceder gli anni il senno;Saggia ogni brama sua; costante, intensaNel prevenir le brame nostre ognora.
Ben ella il sa, se di sua nobil sceltàNoi ci estimiam beati: ella non puoteQuindi, no, mai, pentirsene.
CINIRO
Ma pure,
S’ella in cor sen pentisse? — Odila, o donna:Tutti or di madre i molli affetti adopraCon lei; fa ch’ella al fine il cor ti schiuda,
Sin che u’è tempo, lo t’apro il mio frattanto,E dico, e giuro, che il pensier mio primoÈ la mia figlia. È ver, che amico farmiD’Epiro il re mi giova : e il giovinettoPereo suo figlio, alla futura speneD’alto reame, un altro pregio aggiunge,
Agli occhi miei maggiore. Indole umana,
E cuor, non men che nobile, pietosoEi mostra. Acceso, in oltre, assai lo veggioDi Mirra. — A far felice la mia figlia,
Scer non potrei più degno sposo io mai;
Certo egli è di sue nozze; in lui, nel padre,Giusto saria lo sdegno, ove la dataFe’si rompesse; e a noi terribil ancoEsser può l’ira loro: ecco ragioniMolte, e possenti, d’ogni prence agli occhi:Ma nulle ai miei. Padre, mi fea natura;
Il caso, re. Ciò che ragion di statoChiaman gli altri miei pari, e a cui son usiPospor l’affetto naturai, non fiaNel mio paterno seno mai bastanteConira un solo sospiro della figlia.
Di sua sola letizia esser poss’ io,
Non altrimenti, lieto. Or va; gliel narra;
E dille in un, che a me spiacer non tema,
Nel discoprirmi il vero: altro non tema,
Che di far noi con sè stessa infelici.
Frattanto udir vo’da Pereo, con arte,
Se riamato egli s’ estima; e il voglioIr preparando a ciò che a me non menoDorria, che a lui. Ma pur, se il vuole il fato,Breve ornai resta ad arretrarci 1’ ora.
CECRI
Ben parli: io volo a lei. — Nel dolor nostro,Gran sollievo mi arreca il veder, ch’unoVoler concorde, e un amor solo, è in noi.
PRIMO