ATTO TERZO
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Tratta è di Grecia e d’Oriente ornaiDalla famosa alla beltà di Mirra,
Che non mai tratta per T addietro in CiproDal sacro cullo della Dea ne fosse.
CINIRO
Oh! che mi narri?...
CECRI
Ecco , dal giorno in poi,Mirra più pace non aver; sua vita,
E sua beltà, qual debil cera al fuoco,Lentamente distruggersi; e niun beneNon v’esser più per noi. Che non fec’io,
Per placar poi la Dea? quanti non porsiE preghi, e incensi, e pianti? indarno sempre.
CINIRO
Mal festi, o donna ; e fu il lacerine!, peggio.Padre innocente appieno, io co’miei voliForse acquetar potea l’ira celeste :
E forse ancor (spero) il potrò.— Ma intanto,
Io pur di Mirra or.nel pensier concorro:
Ben forza è torre, e senza indugio nullo,
Da quest’ isola sacra il suo cospetto.
Chi sa? seguirla in altre parti forseL’ira non vuol dell’ oltraggiato Nume:
E quindi forse la infelice figlia,
Tal sentendo presagio ignoto in petto,
Tanto il partir desia, tanto ne spera. —
Ma , vien Pereo : ben venga: ei sol serbarciPuò la figlia, col torcela.
CECRI
Oh destino!
SCENA IV.
CINIRO , PEREO , CECRI
PEREO
Tardo, tremante, irresoluto, e pienoDi mortai duol, voi mi vedete. Un feroContrasto è in me : pur, gentilezza , e amoreVero d’altrui, non di me stesso, han vinto,Men costerà la vita. Altro non duoimi,
Che il non poter , con util vostro almeno,Spenderla ornai: ma l’adorala MirraA morte io trarre, ah! no, non voglio. 11 nodoFatai si rompa ; e de’ miei giorni a un tempoRompasi il filo.
CINIRO
Oh figlio!... ancor ti appelloDi tal nome; e il sarai tra breve, io spero.
Noi, dopo te, noi pure i sensi udimmoDi Mirra: io seco, qual verace padre,
Tutto adoprai, perch’ ella appien seguisse
II suo libero intento: ma, più salda,
Che all’aure scoglio, ella si sta: te soloE vuole, e chiede; e teme, che a lei toltoSii tu. Cagion del suo dolore addurneElla stessa non sa: l’egra salute,
Che 1’ effetto pria n’ era, ornai n’ è forseLa cagion sola. Ma il suo duol profondoMerta, qual ch’egli sia, pietà pur molta;
Nè sdegno alcuno in te desiar debb’ ella,
Più che ne desti in noi. Sollievo dolceTu del suo mal sarai : d’ogni sua spemeL’amor tuo forte, è base. Or, qual vuoi provaMaggior di questa? al nuovo di lasciarci(Noi, che l’amiam pur tanto! ) ad ogni costoVuole ella stessa ; e per ragion ne assegna ,
L’esser più teco, il divenir più tua.
PEREO
Creder, deh, pure il potess’io! ma appuntoQuesto partir si subito... Oimè! tremo,
Che in suo pensier disegni ella stromentoDella sua morte farmi.
CECRI
A te, Pereo,
Noi l’affidiamo; il vuole oggi il destino.
Pur troppo qui, su gli occhi nostri, mortaCadria, se ostare al suo voler più a lungoCel solferisse il core. In giovin menteGrande ha possanza il variar gli oggetti.
Ogni tristo pensier deponi or dunque ;
E sol ti adopra in lei vieppiù far lieta.
La tua pristina gioia in volto chiama ;
E , col non mai del suo dolor parlarle,
Vedrai che in lei presso a finir fia ’l duolo.
PEREO
Creder dunque poss’ io , creder davvero ,
Che non mi abborre Mirra?
CINIRO
A me tu il puoiCreder, deh! si. Qual ti parlassi io dianzi,Rimembra; or son dal suo parlar convinto,
Che , lungi d’ esser de’ suoi lai cagione,
Suo sol rimedio ella tue nozze estima.
Dolcezza assai d’uopo è con essa : e a tuttoPiegherassi ella. Vanne ; e a lieta pompaDisponli in breve; e in un (pur troppo!) il tuttoPer involarci al nuovo sol la figlia,
Anco disponi. Del gran tempio all’ara,
A Cipro tutta in faccia andar non vuoisi;
Che il troppo lungo rito al partir rattoOslacol fora. In questa reggia, gl’ inniD’Imeneo canteremo.
PEREO
A vita appieno
Tornalo m’hai. Volo; a momenti io riedo.