ATTO SECONDO
CICERONE
Il popol nostro,
Benché non più romano, è popol sempre:
E sia ogni uomo per sé, quanto più il puote,Corrotto e vile, i più si cangian, tostoChe si adunano i molti: io direi quasi,
Che in comun puossi a lor prestar nel foroAlma tult’ altra, appien diversa in tutto,
Da quella eh’ ha fra i lari suoi ciascuno.
Il vero, il falso, ira, pietà, dolore,
Ragion, giustizia, onor, gloria pur anco;
Affetti son , che tutti in cor si pounoDestar d’uomini molli ( quai eh’ ei sieno )
Dall’uom che in cor, come fra’labbri, gli abbiaTutti davvero. Ove pur vaglian deltiForti, liberi, ardenti, io non indarnoOggi salir spero in ringhiera; e voglioIvi morir, s’è duopo. — Al poter rioDi quel Cesare stesso, onde or si trema,
Quale origine e base ei stesso dava?
La opinion dei più. Col brando ei domaLe Gallie, è ver; ma con la lingua ei doma,Coi lusinghieri artificiosi accenti,
Le sue legion da prima, e in parte posciaIl popol anco: ei sol, nè spegner lutti,
Nè comprar lutti allor potea: far serviBen tutti or può quei che ingannati ha pria.
E noi del par con lingua non potremmoDisingannare, illuminar, far sani,
E gl’intelletti e i cuori? Infra il mio direE il favellar del dittato:- tiranno,
Sta la forza per lui, per me sta il vero:
Se mi si presta orecchio, ancor pur tantoMi affido io, si, nel mio sublime tema,
Ch’ armi non curo. A orecchi e cor, già staliRomani un di, giunger può voce ancora,
Che romani per breve almen li torni.
Svelalo appien, Cesare vinto è appieno.
CIMBRO
Dubbio non v’ha : se ti ascoltasse Roma,
Potria il maschio tuo dir tornarla in vita:
Ma , s’anco tu scegliessi, generoso,
Di ascender solo, e di morir su i rostri,
Ch’ or son morte a chi il nome osa portarviDi libertà; s’anco tu sol ciò ardissi;
Tolto pur sempre dalle infami gridaDi prezzolala vii genia ti fora ,
L’ essere udito. Ella ornai sola tiene
Del foro il campo, e ogni dritl’ uom sbandisce.
Non è più al Tebro Roma : armi, e virtudi,
E cittadini, or ricercar si dennoNelle estreme provincie. A guerra apertaDuro assai troppo è il ritornar; ma pacePur non è questa. I pravi umor, che tantiTra viva e morta opprimon Roma, è forza( Pur troppo I ) ancor col sangue ripurgarli.Romano al certo era Catone , e il sangueDei cittadini spargere abborriva ;
Pur, quel giusto de’giusti anco il dicea:
« Dall’armi nata, e ornai dall’armi spenta,Alfieri
4ofi
» Non può riviver che dall’ armi, Roma. »
Ch’ altro a far ne rimane? O Roma è vinta,
E con lei tutti i cittadin veraciCadono; o vince, e annichiliti spersiSono, o cangiali, i rei. Cesare forseLa vittoria allacciò? sconfitto ei vengaSolo una volta; e la sua stessa plebe,
Convinta che invincibile ei non era,Conoscerallo allora; a un grido alloraTutti àrdiran tiranno empio nomarlo,
E come tal proscriverlo.
CASSIO
Proscritto
Perchè non pria da noi? Da un popol vileTal sentenza aspettiam, qualor noi darla,Quando eseguirla il possiam noi primieri?
Fin che ad arbitrio nostro, a Roma in mezzo,Entro a sue case, infra il senato islesso,Possiam combatter Cesare, e compiutaNoi riportarne palma; in campo, a costoDi tante vite della sua men empie,
A pugna iniqua ei provocar dovrassi,
E forse per non vincerlo? Ove un brando,Questo mio solo, e la indomabil ira,
Che snudar mel farà, bastano, e troppoFiano, a troncar quella sprezzabil vita,
Che Roma or tutta indegnamente in piantoTiene allacciata e serva; ove non altroA trucidar qual sia il tiranno vuoisi,
Che solo un brando, ed un Roman che il tratti;Perchè, perchè, tanti adoprarne? — Ahi seggaAltri a consiglio, e ponderi, e discula,
E ondeggi, e indugi, infin che manchi il tempo:Io tra i mezzi il miglior stimo il più breve:
Or più di tanto, che il più breve a un trattoFia ’l più ardito, il più nobile, il più certo.Degno è di Roma il trucidar quest’ unoApertamente; e di morir pur merla,
Di man di Cassio, Cesare. All’altruiGiusto furor lascio il punir l’infamèServo-console Antonio.— Ecco, vien Bruto :Udiamo, Udiam, s’ei dal mio dir dissenta.
SCE.V*. III.
BRUTO, CICERONE, CASSIO, CIMBRO
CICERONE
Si tardo giunge a colaut’ alto affareBruto?...
BRUTO
Ah! primiero io vi giungea, se toltoFinor non m’era.
CIMBRO
E da chi mai?
BRUTO
Pensarlo,
Nullo il poiria di voi. Parlarmi a lungoVolle Antonio finora.
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