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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO SECONDO

CICERONE

Il popol nostro,

Benché non più romano, è popol sempre:

E sia ogni uomo per sé, quanto più il puote,Corrotto e vile, i più si cangian, tostoChe si adunano i molti: io direi quasi,

Che in comun puossi a lor prestar nel foroAlma tult’ altra, appien diversa in tutto,

Da quella eh’ ha fra i lari suoi ciascuno.

Il vero, il falso, ira, pietà, dolore,

Ragion, giustizia, onor, gloria pur anco;

Affetti son , che tutti in cor si pounoDestar d’uomini molli ( quai eh’ ei sieno )

Dall’uom che in cor, come fra’labbri, gli abbiaTutti davvero. Ove pur vaglian deltiForti, liberi, ardenti, io non indarnoOggi salir spero in ringhiera; e voglioIvi morir, s’è duopo. — Al poter rioDi quel Cesare stesso, onde or si trema,

Quale origine e base ei stesso dava?

La opinion dei più. Col brando ei domaLe Gallie, è ver; ma con la lingua ei doma,Coi lusinghieri artificiosi accenti,

Le sue legion da prima, e in parte posciaIl popol anco: ei sol, nè spegner lutti,

Nè comprar lutti allor potea: far serviBen tutti or può quei che ingannati ha pria.

E noi del par con lingua non potremmoDisingannare, illuminar, far sani,

E gl’intelletti e i cuori? Infra il mio direE il favellar del dittato:- tiranno,

Sta la forza per lui, per me sta il vero:

Se mi si presta orecchio, ancor pur tantoMi affido io, si, nel mio sublime tema,

Ch’ armi non curo. A orecchi e cor, già staliRomani un di, giunger può voce ancora,

Che romani per breve almen li torni.

Svelalo appien, Cesare vinto è appieno.

CIMBRO

Dubbio non v’ha : se ti ascoltasse Roma,

Potria il maschio tuo dir tornarla in vita:

Ma , s’anco tu scegliessi, generoso,

Di ascender solo, e di morir su i rostri,

Ch’ or son morte a chi il nome osa portarviDi libertà; s’anco tu sol ciò ardissi;

Tolto pur sempre dalle infami gridaDi prezzolala vii genia ti fora ,

L’ essere udito. Ella ornai sola tiene

Del foro il campo, e ogni dritl’ uom sbandisce.

Non è più al Tebro Roma : armi, e virtudi,

E cittadini, or ricercar si dennoNelle estreme provincie. A guerra apertaDuro assai troppo è il ritornar; ma pacePur non è questa. I pravi umor, che tantiTra viva e morta opprimon Roma, è forza( Pur troppo I ) ancor col sangue ripurgarli.Romano al certo era Catone , e il sangueDei cittadini spargere abborriva ;

Pur, quel giusto de’giusti anco il dicea:

« Dall’armi nata, e ornai dall’armi spenta,Alfieri

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» Non può riviver che dall’ armi, Roma. »

Ch’ altro a far ne rimane? O Roma è vinta,

E con lei tutti i cittadin veraciCadono; o vince, e annichiliti spersiSono, o cangiali, i rei. Cesare forseLa vittoria allacciò? sconfitto ei vengaSolo una volta; e la sua stessa plebe,

Convinta che invincibile ei non era,Conoscerallo allora; a un grido alloraTutti àrdiran tiranno empio nomarlo,

E come tal proscriverlo.

CASSIO

Proscritto

Perchè non pria da noi? Da un popol vileTal sentenza aspettiam, qualor noi darla,Quando eseguirla il possiam noi primieri?

Fin che ad arbitrio nostro, a Roma in mezzo,Entro a sue case, infra il senato islesso,Possiam combatter Cesare, e compiutaNoi riportarne palma; in campo, a costoDi tante vite della sua men empie,

A pugna iniqua ei provocar dovrassi,

E forse per non vincerlo? Ove un brando,Questo mio solo, e la indomabil ira,

Che snudar mel farà, bastano, e troppoFiano, a troncar quella sprezzabil vita,

Che Roma or tutta indegnamente in piantoTiene allacciata e serva; ove non altroA trucidar qual sia il tiranno vuoisi,

Che solo un brando, ed un Roman che il tratti;Perchè, perchè, tanti adoprarne? — Ahi seggaAltri a consiglio, e ponderi, e discula,

E ondeggi, e indugi, infin che manchi il tempo:Io tra i mezzi il miglior stimo il più breve:

Or più di tanto, che il più breve a un trattoFia ’l più ardito, il più nobile, il più certo.Degno è di Roma il trucidar quest’ unoApertamente; e di morir pur merla,

Di man di Cassio, Cesare. All’altruiGiusto furor lascio il punir l’infamèServo-console Antonio.— Ecco, vien Bruto :Udiamo, Udiam, s’ei dal mio dir dissenta.

SCE.V*. III.

BRUTO, CICERONE, CASSIO, CIMBRO

CICERONE

Si tardo giunge a colaut’ alto affareBruto?...

BRUTO

Ah! primiero io vi giungea, se toltoFinor non m’era.

CIMBRO

E da chi mai?

BRUTO

Pensarlo,

Nullo il poiria di voi. Parlarmi a lungoVolle Antonio finora.

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