ATTO QUARTO
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E di noi, V alma?...
BRUTO
Io son,... chi ’l crederia?...Misero me!... Finor tenuto io m’eraDel divin Calo il genero, e il nipote;...
E del tiranno Cesare io son figlio.
CIMBRO
Che ascolto? Esser potrebbe?..
CASSIO
E sia : non toglie,Che il più fero nemico del tirannoNon sia Bruto pur sempre : ah ! Cassio il giura.
BRUTO
Orribil macchia inaspettata io trovo
Nel mio sangue; a lavarla, io tutto il deggio
Versar per Roma.
CASSIO
0Bruto, di le stesso
Figlio esser dei.
CIMBRO
Ma pur, quai prove addusseCesare a le? Come a lui fede?...
BRUTO
Ah 1 prove,
Certe pur troppo, ei mi adducea. Qual padreEi da pria mi parlava: a parte pormiDell’ esecrabil suo poter voleaPer ora, e farmen poscia infame erede.
Dal tirannico ciglio umano piantoScendea per anco; e del suo guasto cuore,Senza arrossir, le più riposte falde,
Come a figlio, mi apriva. A farmi appienoConvinto in fine, un fatai foglio ( oh cielo! )Legger mi fea. Servilia a lui vergolloDi proprio pugnp. In quel funesto foglio,
Scritto pria che si alzasse il crudel suonoDella tromba farsalica, tremanteServilia svela, e afferma, ch’io son fruitoDei loro amori ; e in brevi e caldi detti,
Ella scongiura Cesare a non farsiTrucidator del proprio figlio.
CIMBRO
Oh fero,
Funeslo arcano ! entro all’ eterna notteChe non restasti?...
CASSIO
E se qual figlio ei t’ama,Nel veder tanta in te virtù verace,
Nell’ascoltar gli alti tuoi forti sensi,
Come resister mai di un vero padrePotea pur l’alma? Indubilabil provaNe riportasti ornai, che nulla al mondoCesare può dal vii suo fango trarre.
BRUTO
Talvolta ancora il ver traluce all’ ebbraMente sua, ma traluce in debil raggio.
Uso in campo a regnare or già molti anni,
Fero un error lo invesca; ei gloria sommaSlima il sommo poter; quindi ei s’ostinaA voler regno, o morte.
Alfieri
CIMBRO
E morte egli abbia
Tal mostro dunque.
CASSIO
Incorreggibil, fermo
Tiranno egli è. Pensa ornai dunque , o Bruto,Che un cittadin di Roma non ha padre...
CIMBRO
E che un tiranno non ha figli mai...
BRUTO
E che in cor mai non avrà Bruto pace. —
Si, generosi amici, al nobil vostroCospetto io ’l dico: a voi, che in cor sentiteSublimi e sacri di natura i moti ;
A voi, che impulso da natura, e norma,Pigliale all’ alta necessaria impresa,
Ch’or per compiere stiamo; a voi, che soloPer far securi in grembo al padre i figli,Meco anelate or di troncar per sempreLa tirannia che parte e rompe e annullaOgni vincol più santo; a voi non temoTutto mostrare il dolore, e T orrore,
Che a brani a brani il cuor squarciano a garaDi me figlio di Cesare e di Roma.
Nemico aspro, implacabil, del tirannoIo mi mostrava in faccia a lui ; nè un detto,Nè un moto, nè una lagrima apparivaDi debolezza in me: ma, lunge io appenaDagli occhi suoi, di mille furie in predaCadeami l’alma. Ai lari miei men corro:
Ivi sicuro sfogo, alto consiglio,
Cor più sublime assai del mio, mi è datoDi ritrovar: fra’ lari miei la illustrePorzia di Calo figlia, a Calo pari,
Moglie alberga di Bruto...
CASSIO
E d’ambo degna
È la gran donna.
CIMBRO
Ah ! cosi slata il fosse
Anco Servilia!
BRUTO
Ella, in sereno e forteVolto, bench’egra giaccia or da più giorni,
Me turbato raccoglie. Anzi ch’io parli,
Dice ella a me: « Bruto, gran cose in petto» Da lungo lempo ascondi; ardir non ebbi» Di domandarten mai, fin che a feroce» Prova, ma certa, il mio coraggio appieno» Non ebbi io stessa conosciuto. Or, mira;
» Donna non sono. » E in cosi dir, cadérsiLascia del manto il lembo, e a me discuopreLarga orribile piaga a sommo il fianco.
Quindi soggiunge: « Questa immensa piaga,
» Con questo stil, da questa mano, è fatta,
» Or son più giorni: a le taciuta sempre,
» E imperturbabilmente sopportata» Dal mio cor, benché infermo il corpo giaccia;» Degna al fin, s’io non erro, questa piaga» Fammi e d’ udire, e di tacer, gli arcani
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