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BRUTO SECONDO
» Di Brulo mio. »
CIMBRO
Qual donna!
CASSIO
Uom pareggiare?
A lei qual puossi
BRUTO
A lei davanle io quindi,
Quasi a mio tutelar Genio sublime,
Prostralo caddi, a una tal vista; e muto,Piangente, immoto, attonito, mi stava.—Ripresa poscia la favella, io tulleL’aspre tempeste del mio cor le narro.
Piange al mio pianger ella; ma il suo piantoNon è di donna, è di Romano. 11 soloFato avverso ella incolpa: e'in darmi forseLo abbraccio estremo, osa membrarmi ancora,Ch’io di Roma son figlio, a Porzia sposo,
E ch’io Brulo mi appello.—Ahi nè un istanteMai non diedi all’ oblio lai nomi, mai :
E a giurarvelo, vengo. — Altro non volli,
Che del mio slato orribile accennarviLa minor parte, e d’amistà fu sfogoQuant’io finora dissi. : — Or, so; voi primiConvincer deggio, che da Roma tormi,
Nè il può natura stessa... Ma, il dolore,
.11 disperato dolor mio torrammi u
Poscia, pur troppo ! e per sempre, a me stesso.
CIMBRO
Romani siamo, è ver; ma siamo a un tempoUomini: il non sentirne affetto alcuno,
Ferocia in noi stupida fora... Oh Bruto!
11 tuo parlar strappa a me pure il pianto.
CASSIO
Sentir dobbiam tutti gli umani affetti;
Ma, innanzi a quello della patria oppressa,Straziata, e morente, taccion tutti:
O, se pur parlan, l’ascoltargli a ogni uomo,Fuor che a Bruto, si dona.
BRUTO
In reputarmi
Più forte e grande ch’io noi son, me grandeE forte fai, più eh’ io per me noi fora. —Cassio, ecco ornai rasciutto ho il ciglio appieno.—Già si appressan le tenebre: il gran giornoDoman sarà. Tutto di nuovo io giuro,
Quanto è fra noi già risoluto. Io posoDel tutto in voi; posate in me: nuli’altroChieggo da voi, fuor che aspettiate il cennoDa me soltanto.
CASSIO
Ah ! dei Romani il primoDavver sei tu. — Ma chi mai vien?...
CIMBRO
Antonio !
Che veggio?
BRUTO
A me Cesare or certo il manda.Siate, e ci udite.
SCENA III.
ANTONIO, CASSIO, BRUTO, CIMBRO
ANTONIO
In traccia, o Bruto, io vengoDi te : parlar (eco degg’ io.
BRUTO
Favella :
Io t’ascolto.
ANTONIO
Ma, dato emmi l’incarcoDal dittatore...
BRUTO
E sia ciò pure.
ANTONIO
Io debbo
Favellare a le solo.
BRUTO
Io qui son solo.
Cassio, di Giunia a me germana è sposo;
Del gran Caton mio suocero, l’amicoEra Cimbro, e il più fido: amor di Roma,Sangue, amistà, fan che in tre corpi un’almaSola siam noi. Nulla può dire a BrutoCesare mai, che noi ridica ei tostoA Cassio, e a Cimbro.
ANTONIO
Hai tu comun con essi
Anco il padre?
BRUTO
Diviso han meco anch’ essiL’onta e il dolor del trislo nascer mio:
Tutto ei sanno. Favella. —Io son ben certo,Che in se tornato Cesare, ei t’invia,Generoso, per tormi or la vergognaD’esser io stato d’un tiranno il figlio.
Tutto esponi, su dunque: aver non puoiDel cangiarsi di Cesare sublime,
Da re ch’egli era, in cittadin, più accettiTestimon mai, di questi. — Or via, ci svelaIl suo novello amore alto per Roma;
Le sue per me vere paterne mire ;
Ch’io benedica il dì, che di lui nacqui.
ANTONIO
— Di parlare a te solo m’imponevaIl ditlatore. Ei, vero padre, e ciecoQuanto infelice, lusingarsi ancoraPur vuol, che arrender ti potresti al gridoPossente e sacro di natura.
BRUTO
E in quale
Guisa arrendermi debbo ? a che piegarmi?—ANTONIO
A rispettare e amar chi a te diè vita:
Ovver, se amar tuo ferreo cuor non. ruote,
A non tradire il tuo dover più sacro;