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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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BRUTO SECONDO

» Di Brulo mio. »

CIMBRO

Qual donna!

CASSIO

Uom pareggiare?

A lei qual puossi

BRUTO

A lei davanle io quindi,

Quasi a mio tutelar Genio sublime,

Prostralo caddi, a una tal vista; e muto,Piangente, immoto, attonito, mi stava.—Ripresa poscia la favella, io tulleL’aspre tempeste del mio cor le narro.

Piange al mio pianger ella; ma il suo piantoNon è di donna, è di Romano. 11 soloFato avverso ella incolpa: e'in darmi forseLo abbraccio estremo, osa membrarmi ancora,Ch’io di Roma son figlio, a Porzia sposo,

E ch’io Brulo mi appello.—Ahi nè un istanteMai non diedi all’ oblio lai nomi, mai :

E a giurarvelo, vengo. — Altro non volli,

Che del mio slato orribile accennarviLa minor parte, e d’amistà fu sfogoQuant’io finora dissi. : — Or, so; voi primiConvincer deggio, che da Roma tormi,

Nè il può natura stessa... Ma, il dolore,

.11 disperato dolor mio torrammi u

Poscia, pur troppo ! e per sempre, a me stesso.

CIMBRO

Romani siamo, è ver; ma siamo a un tempoUomini: il non sentirne affetto alcuno,

Ferocia in noi stupida fora... Oh Bruto!

11 tuo parlar strappa a me pure il pianto.

CASSIO

Sentir dobbiam tutti gli umani affetti;

Ma, innanzi a quello della patria oppressa,Straziata, e morente, taccion tutti:

O, se pur parlan, l’ascoltargli a ogni uomo,Fuor che a Bruto, si dona.

BRUTO

In reputarmi

Più forte e grande ch’io noi son, me grandeE forte fai, più eh’ io per me noi fora. —Cassio, ecco ornai rasciutto ho il ciglio appieno.—Già si appressan le tenebre: il gran giornoDoman sarà. Tutto di nuovo io giuro,

Quanto è fra noi già risoluto. Io posoDel tutto in voi; posate in me: nuli’altroChieggo da voi, fuor che aspettiate il cennoDa me soltanto.

CASSIO

Ah ! dei Romani il primoDavver sei tu. — Ma chi mai vien?...

CIMBRO

Antonio !

Che veggio?

BRUTO

A me Cesare or certo il manda.Siate, e ci udite.

SCENA III.

ANTONIO, CASSIO, BRUTO, CIMBRO

ANTONIO

In traccia, o Bruto, io vengoDi te : parlar (eco degg’ io.

BRUTO

Favella :

Io t’ascolto.

ANTONIO

Ma, dato emmi l’incarcoDal dittatore...

BRUTO

E sia ciò pure.

ANTONIO

Io debbo

Favellare a le solo.

BRUTO

Io qui son solo.

Cassio, di Giunia a me germana è sposo;

Del gran Caton mio suocero, l’amicoEra Cimbro, e il più fido: amor di Roma,Sangue, amistà, fan che in tre corpi un’almaSola siam noi. Nulla può dire a BrutoCesare mai, che noi ridica ei tostoA Cassio, e a Cimbro.

ANTONIO

Hai tu comun con essi

Anco il padre?

BRUTO

Diviso han meco anch’ essiL’onta e il dolor del trislo nascer mio:

Tutto ei sanno. Favella. —Io son ben certo,Che in se tornato Cesare, ei t’invia,Generoso, per tormi or la vergognaD’esser io stato d’un tiranno il figlio.

Tutto esponi, su dunque: aver non puoiDel cangiarsi di Cesare sublime,

Da re ch’egli era, in cittadin, più accettiTestimon mai, di questi. — Or via, ci svelaIl suo novello amore alto per Roma;

Le sue per me vere paterne mire ;

Ch’io benedica il dì, che di lui nacqui.

ANTONIO

— Di parlare a te solo m’imponevaIl ditlatore. Ei, vero padre, e ciecoQuanto infelice, lusingarsi ancoraPur vuol, che arrender ti potresti al gridoPossente e sacro di natura.

BRUTO

E in quale

Guisa arrendermi debbo ? a che piegarmi?—ANTONIO

A rispettare e amar chi a te diè vita:

Ovver, se amar tuo ferreo cuor non. ruote,

A non tradire il tuo dover più sacro;