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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO

Salve, o Mammona, di tesori parcoA le s’inchinino,

A te si prostrino,

Te primo adorino lassù i mortali,

Nostri nemici frali:

Tu in lor saetta da infallibil arco,

CORO

Venite, Uditela fera voceDel vostro re tonante,

Che rimbombante

Tutti vi appella in questa immensa foce,

ALTRA VOCE DEL CORO

Ornai già piena pienaLa regai sala vasta,

A folla tal non basta:

Ve’ come lenta va,

Al brandir dello scettroChe Lucifero fa,

Intorno intorno Ogni parete indietro: (1)Cessalo è il cenno; e staLa cerchiaj dove il nostro re l’affrena,

CORO

Adunato è già Tallo Consiglio;

E riverente ognuno,

Della cagion digiuno,

Da Lucifero pende col ciglio.

SCENA III.

LUCIFERO, ASTAROTTE, BELZEBÙ,MAMMONA, IL PECCATO, DemonicnE Non parlano, CORO

LUCIFERO

Dei d'inferno, ascoltatemi: alte coseIn brevi detti a voi narrare io deggio;

« Cose, eh’ io porlo in cor gran tempo ascose, »

E me fan mesto in sul Tartareo seggio.

Qui non rammento il tristo di, che poseQuaggiù noi prodi, in Ciel serbando il peggio:Della ingiustizia del divin FattoreOpra or vi svelo di più rio rancore,

Quel bipede animai, del sozzo limoCreato in terra, ed a regnar sovr’ essaPur destinato fin dal nascer primo;

(Benché pentito dell’ opra sua stessaSia’l Creatore ornai, s’ io dritto estimo)

Quell* animai, per più noslr’onla espressa,

Ora in terra non sol ventura ottiene,

Ma in Ciel, quando che sia, salire ha spene,

L Dio il consente; ed al ben far gli è sprone

(1) Questo pensiere è tolto dal Milton. Un ingegnoso mac-c ^inista avrà campo di sbizzarrirsi nell* eseguirlo : come pure una ]' i,e maestro di musica, nell’imitare coi suoni questa retroces-sone lenta delle scene.

01) Questa scena ripiglia un recitativo come la prima j variatal ’" ri sempre la cantilena a seconda dei metri.

Alfieri

PRIMO 433

Questa ardita speranza, in cui si estolle;

Come il timor d’esser fra noi, ( cagionePrimiera e sola ) dal mal fare il lolle.

Tal'di sé stolta e audace opinioneTrargli è mestieri; e sbflldanzire il folle,

Sì ch’egli aver fra noi Tullimo locoAgli infami suoi falli estimi poco.

Questo mio primo e più dilelio figlio,

Lassù lasciato a far valer mia forza,

Da eh’ io dato ebbi ad Èva il gran consiglio,

E spogliala ivi mia squammosa scorza;

Questo, ad ogni noslr’arte diè di piglio;

Ma più gran possa la mia possa ammorza :Puro ivi T uom, dietro all’ usbergo stassiD’Angiol celeste, che ne scorta i passi.

E perch’ a voi più aperto sia lo scherno,

Che di noi lutti il verme vii si prende;

E perchè più frustrato ornai T InfernoNon sia di prede, ch’egli immense attende;Piacciavi udir, da chi ’l notò, T internoStalo dell’uom, che àncOr bealo il rende.Quindi ogni gioia sua per noi si sterpaSi che , a ciò nato, in duolo e falli ei serpa.

IL PECCATO

Vero è, pur troppo! ed in voce di piantoVoi mi udrete frementi or la sUa vitaRitrarvi appieno, ancor felice, ahi quanto!

Èva, sorge coll’Alba; e tosto invilaDalle tepide foglie a sorger ancoLui, che ad ogni sua impresa è socio e aita.Quota la mente, e riposalo il fianco,

Volgonsi entrambi al lucido Oriente;

E, a quel Dio, che non mai vien loro manco,Prosternandosi, adoran caldamente:

Nè in lor (bontà d’iddio soverchia udite)

Quel supplizio de’rei niun d’essi sente;

Quel rimorso, che addoppia le ferile:

Già perdonato è il loro fallo appieno;

Già, quasi pure, son lor preci udite.

Poscia, con volto placido e sereno,

A destare i lor figli ambo sen vanno,

Fraterna coppia a un solo strato in seno.

Caino e Abele in dolci nodi stannoAbbracciati giacendo in quelo sonno,

Che li ristora del diurno affanno.

E , sorti appena anch’ essi, all’ alto DonnoPorgono accetti preghi; indi a loro opraRitornan baldi, e fan quant’ci più ponno ,Onde al padre la mensa ognor si copra.

CORO

Oh rabbia! oh vista!

Dunque il sudore,

Con cui mercarsiDonde sfamarsiGT iniqui denno sA lor nè il sennoToglie, nè il coreD’orror conlrisla?

IL PECCATO

II gioyinello Abel sue pecorelle

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