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ABELE
Tragge fuor dell’ ovile ai lieli paschi,
Candide si, ch’egli si specchia in elle.
Ma più adulto Cain, suoi spirti maschiVolge a lavoro più gravoso e duro;
La terra ei squarcia, ove il buon seme caschiFra rotte glebe, e poggi indi maturo:
Ed egli e Abele, con fraterna gara,
Danno ai parenti il cibo e il latte puro.
Ma si aiulan l’un l’altro: Abel, più caraTien la fraterna ampia dorata messe:
Cain, più il gregge che il terrea eh’ egli ara.Le bianchissime lane intanto lesse
La induslre madre, ond’ei si vestan tutti,Poiché le vesti han d’innocenza smesse.
Nell’innestare Adamo e potar frutti,
Suoi di consuma; e in rifiorir la vileAlga, che ammanta i lor meschin miniti.
Pur, cosi speso in opera servileIntero il di, non tornano dolentiAlla sudata mensa lor sottile;
Ma ringraziando Iddio, di sè contenti.
CORO
Vii verme fetido,
AI sudor di tua frontePasciti, pasciti ;
E di tua colpa l’onleLava, se il puoi, cosi.
UNA VOCE DEL CORO
Vita, or si dispariDalla tua vita prima,
Traggi, e non mormori?
E lo cor non ti lima11 tuo ben, che fuggi?
CORO
Abbattuto, avvilito, scacciatoDal ridente tuo bel Paradiso,
A cui fosti in mal punto creato,
Or non sei da’tuoi stenti conquiso?
E ancora il visoInnalzando, ringrazi quel Dio,
Ch’ or ti è fabro di un viver si rio?
IL PECCATO
Per ogni parte io dunque adito volliAprirmi ad essi: or, tra i parenti e i figli;
Or, tra i consorti; or, Ira i fraterni molliGiovani petti, scarsi di consigli;
Ma ognor la spada orribile roventeD’ Angiol celeste, a me troncò gli artigli :
Sì che, al core afferrarmi di tal genteMai non potendo, teslimone io stettiDei gaudj loro; io, di furor fremente.
Dardi temprati in fuoco d’ira eletti
Or io scoccai d’Adamo in cor; perch’EvaSia da lui carca di oltraggiosi detti,
Come colei che il viver loro aggreva;
Ma invan miei dardi in lui: 1’Angiol v’infondePietà, che al perdonare il cuor solleva:
Or, nel donnesco sen piaghe profondeGià sto per far, volgendo in odio I’ ontaDel proprio fallo ; e a me già già risponde
Èva; quand’ ecco a lei con destra prontaL’Angiol soccorre, e l’odio stempra, e caraLe fa di Adamo la virtù già conta.
Indarno in somma la bevanda amaraDi discordia lor mesco in guise mille:
Ratto a tutte un potere alto ripara,
D’amor vie più destando in lor faville.
CORO
E perdente fia l’InfernoContro al Cielo un’altra volta,
Or che lite, in ver non molta,
Chi dell’uom s’abbia il governo,
Dà la palma al vincitor?
Poca gloria il vincer fora ,
Che per 1’ uom l’Inferno è fatto :
Ma soffrire, a nessun patto,
Non vogliam eh’ ei lotti ancora ;
Saria troppo a noi disnor.belzeru'
Possente re del tenebroso Abisso,
Poiché a consiglio i tuoi ministri or chiami,Certo, udir tu l’ignudo vero brami;
Ond’ io dirtelo appieno in core ho fisso.Dacché tu sotto le serpenlee spoglieLa debil donna al grave error traesti,Sgombrar sì tosto di lassù, mal festi;
Tel provi il pianto, ch’or da noi sen coglie.Vince, chi dura. A sottentrarti in terraSe niun tra noi tu giudicavi degno,
Men ratto il piè ritorcere al tuo regnoDovevi tu, se il mio parer non erra.
Ma, e chi lasciavi a sostener tal pugna,
Che 1’ uom di colpa in colpa strascinasse?
Il sol Peccato; quasi ei sol bastasse,
Quando a lui nostra forza non si aggiugna.Ben di Superbia egli a le nacque, e tuttiEi chiude in se d’ ogni mal’ opra i semi :
Ma quindi appunto i mezzi in lui fian scemiPer far che l’uom pieno un delitto frutti.
O legione di Demoni in armiDovea dunque sgombrargli il varco a forza;O mandar si dovea, sott’ altra scorza,
Peste maggior con lusinghieri carmi.coro
Ben dice il nostroGran Belzebù.
0 forza vera,
0 fraude intera,
D’ ogni alto mostroVittoria fu.
Ben dice il nostroGran Belzebù.
MAMMONA.
Perché a vittoria — mandar tue squadre,
Se da meno sudore uguale gloriaPuò ridondartene, — almo gran Padre?Tiene una livida — gemma lo Inferno,
Al cui mostrarsi ognun di noi si abbrivala;Di fera Invidia — l’alito eterno.
Quella terribile, — che noi dal Cielo