436
ABELE
Ma che all’ oprar saria presto assai manco.Io vado, vinco, e riedo; al tornar poscia,Darò a chi ’l merta col disnor l’angoscia.
CORO
Viva, viva il nostro re.
In lui senno, in lui coraggio;
Del suo popolo al vantaggioSempre sempre intento egli è.
Viva, viva il nostro re.
UNA VOCE BEL CORO
Puci, e guerrieri,
Cherubin neri,
Tutti a far corte,
Fin su le porteArroventate,
Su, tutti, andateDietro al magnanimoD’Inferno re.
CORO
Viva il magnanimoD’Inferno re.
ATTO SECONDO
SCENA I.
Capanna d’Adamo.
ADAMO, ÈVA
ÈVA
Già d’occidente al balzo il Sol si appressa,Eppure ancor non tornano i dilettiNostri due figli: or, che mai fia?
aoamp
Deh, dolce
Amatissima mia consorte e suora,
Deh, di ciò non turbarti. Anco più tardiGià tornare altre volle li vedemmo.
La greggia nostra, il sai, mercé la tantaBontà d’iddio, si fa di giorno in giornoNumerosa vieppiù; tal che ornai soloNon è bastante il giovinetto AbeleA frenarla; onde spesso a Cain toccaDi abbandonar la marra sua nel campoDel sudor lungo, e andargli ravviandoI troppo baldi agnelli. Oggi ciò forseAccadea: non fan quindi ancor ritorno.
ÈVA
E ciò appunto contristami. È si fievoleDi questo nostro Abele ancor la tempra,Ch’ io sempre temo, per lo strazio grandeCh’ ei tutto giorno fa di se.
ADAMO
Che vuoi?
Iddio Signor cel diede, Iddio SignoreCel serberà. Deboi non era ei forseAnche Caino in sul fiorir suo primo?
Ed ei pur sol, senza fraterno aiuto,
La custodiva.
ÈVA
È vero; ma di tantoEra minor la greggia nostra allora.
ADAMO
Ma in somma, poi ch’egli é voler sovranoChe in immenso propaghisi la nostraProsapia; or vuoisi, antivedendo, a tuttiAccertar l’esca con industre senno.
ÈVA
Che mi rammenti, Adamo? ahi me infelice !Cagione io son del faticoso ingratoTravaglio lungo, onde a sussister hanno
I tuoi figli e uepoti ! Io, mai non porgoAlla mia bocca il cibo a noi prodottoDalle dure fatiche di Caino,
Ch’ io non ne pianga, ed in me non mi adiri.
ADAMO
Parte di me, più di me stesso cara,
Altro dolor che il tuo sai eh’ io non provo.Pel nostro amor ten prego, a questo amaroTosco non dare entro al tuo petto or loco,Nulla fa invano Iddio. Se cosi è stalo,
Esser cosi dovea. Nulla a me duole
II presente esser nostro. Ozio e diletto,
Là nel terrestre Paradiso ameno,
Troppo in ver ci assaliva. Or l’alla spemeDi rieder là, quando che sia ; la spemeDi un Paradiso meritar con 1’ opre,
Che ai nostri orecchi balenava il tuonoDella voce d’Iddio; sprone a laudarlo,Sprone al ben far, ne sarà quella.
ÈVA
Adamo,
Oh qupl dolcezza ne’ tuoi delti io scorgo;Qual verità! la voce tua rischiara,
Amabil raggio, e acqueta ogni tempestaDel mio cuore. Si affaccian molte nubi