456 ALCESTE
FEREO
Deh, dimmi; il figlio in vitaRimarrassi?
ALCESTE
A le, vivo ei rimarrassi:
Certezza n’abbi. Apollo il disse; e AlcesteTel ridice, e tei giura.
FEREO
Oh detti ! oh gioia,
Vivo il tuo sposo !...
ALCESTE
Ma perciò non fiaGià che risorga in queste afflitte muraOggi la gioia.
FEREO
E che? pianto esser puote,
Dove Admeto risorge?... Oh ciel! che fia?
Tu, che tanto pur l’ami, udendol salvo,
E il fausto avviso a un disperato padreOr tu stessa arrecandone, di morteTinte hai le guance? e al balenar repenteDi un mezzo gaudio in su l’ingenua fronte,Succeder tosto in negro ammanto festiUn torbido silenzio? Ah, parla...
ALCESTE
I Numi,
L’impreteribil norma loro anch’ essiHanno; e del Fato le tremende leggiNon si attentano infrangere. Non pocof Donarli i Numi, or nel donarli Admeto.
FEREO
Donna, or più che i tuoi delti, il guardo e gli altiRaccapricciar mi fanno. E quai fien dunque,Ahi, quali i patti, a lato a cui funestaDell’ adorato Admeto tuo la vitaA noi riesca, ed a te stessa?
ALCESTE
0 padre,
Se, col tacertel’io, restarti ignotoL’atro arcano potesse, ah! noi sapresti,
Se non compiuto il sagrificio pria:
Ma udirlo, oimè! tu dei pur troppo; or dunqueDa me tu T odi.
FEREO
Entro ogni fibra un feroBrivido già scorrer mi fai : non sonolo genitor soltanto: affetti molliSquarcianmi a gara il core: egregia nuora,
Io più che figlia t’amo; amo i tuoi figli,
Ambo i dolci nepoti, all’avo anticoSpeme immensa e diletto: e ognor più sempreDopo lustri ben dieci in cor mi avvampaPura ed intera alta amichevol fiammaPer la consorte indivisibil mia.
Pensa or tu dunque in quali atroci angosceStonimi, aspettando i detti tuoi; cui veggo,
Ah! si, ben veggo che di augurio infaustoQualcun del sangue mio percuoter denno.
ALCESTE
Furare a Morte i dritti suoi, nè il ponno
SECONDA
Anco i Celesti. Con le adunche maniElla già già stava afferrando Admeto,
Vittima illustre: Admeto, unico eredeDel bel Tessalo regno ; in sul vigoreDella viril sua elade ; appien feliceNella reggia ; e dai sudditi, e dai chiariSuoi genitori, e dai vicini Stati,
Venerato, adorato: e che dir deggioPoi, dalla fida Alceste sua? tal predaCerta già già la insaziabil MorteTeneasi ; Apollo or glie la toglie ; un’altra(Pari non mai, chè pari altra non havvi)
In di lui vece aver debb’ ella: e questaEsser dee del suo sangue, o a lui di strettaAderenza congiunta ; e all’ Orco andarneSpontaneo scambio, pel risorto Admeto.
Ecco a quai patti ei salvo fia.
FEREO
Che ascolto!
Miseri noi! qual vittima?... chi fiaPer se bastante?...
ALCESTE
Il fero scambio, o padre,
È fatto già. Presta é la preda; e indegnaNon fia del lutto del serbalo Admeto.
Nè tu, il cui santo simulacro in questoLimilar sorge, o Dea magna d’Averno,Disdegnerai lai vittima.
FEREO
Già presta
È la vittimai oh cielo! ella è del noslroSangue; e lu dianzi a me dicevi, o donna,Ch’io rasciugassi il pianto mio?...
ALCESTE
Tel dissi ;
E tei ridico, non dovrai lu il figlioPiangere ; io pianger non dovrò il marito.Salvo Admeto, lamento altro non puossiUdir qui ornai, che di gran lunga agguagliQuel che apprestava il morir suo. D’un qualcl' ePianto, ma breve, e misto anco di gioia,
Si onorerà la vittima scambiataPer la vita d’Admelo. Ai Numi inferniLa ornai giurata irremissibil predaSpontanea, son io.
FEREO
Che festi! oh cielo!
Che fesli? e salvo l’infelice AdmetoCredi a tal patto? Oh ciel! viver puoi’egliSenza te mai? degli occhi suoi la luce'Fu sei; tu, l’alma sua; tu, più dilettaA lui, più assai, che i suoi pur tanto amatiGenitori; più cara, che i suoi figli;
Più di sè slesso cara. Ah, no; non fiaCiò mai. Sul fior di tua beltade, o Alceste,Perir tu prima, per uccider posciaNon che il tuo sposo stesso, anco noi tuttiChe t’ adoriam qual figlia? Orba la reggiaOrbo fia ’1 regno, ove lu manchi. E i fig^ 1Pensaslil lu? quei teneri tuoi figli»