ATTO
Che farian senza le? Tu, d’altri erediLiete puoi far le Tessale contrade:
D’ogni gioia domestica tu fonte,
Tu sei di Admeto la verace e primaE sola vita. Ah, non morrai, tei giuro,
Finché morir poss’ io. Questo è, ben questo,
È il capo, cui tacitamente or chiedeL’oracolo. Io , tronco arido ornai,
Quell’io mi son, che dee morir pel figlio.
Gli anni miei molti, e le speranze morte,
E il corso aringo, e la pietà di padre,
E la pietà di maraviglia mistaPer giovin donna, di celesti dotiRicca pur tanto ; ah, lutto ornai scolpisceIn adamante il morir mio. Tu, vivi ;
Tel comanda Fereo; nè mai l’amoreDi giovinetta sposa fia che avanziDì antico padre il generoso amore.
ALCESTE
E l’alma tua sublime, e il vero immensoAffetto tuo di padre, a me ben notiErano: e quindi, antivenirli io seppi.
Ma s’io prestai quela udienza interaAi detti tuoi, Fereo, vogli or tu pureContraccambiar d’alto silenzio i miei;
Cui tu, convinto appieno tosto; indarnoRibatter poi vorresti.
FEREO
E che puoi dirmi?
Che udir poss’io? salvar davvero AdmetoIo vo’; tu il perdi, con te stessa: all’areIo corro...
ALCESTE
Arresta il piè: lardi v’andresti, fGià il mio giuro terribile dai cupiSuoi regni udia Proserpina; ed accettoAnche l’ebb’ ella indissolubilmenteSecura in me del morir mio già slommi,
Cui nulla ornai può togliermi. Tu duuqueOra i miei sensi ascolta; e tu qual veroPadre, al proposto mio fermo consuona.
Non leggerezza femminile, o vano
Di gloria amore, a ciò mi han tratto: il vuole
Invincibil ragione. Odimi. 11 sangue
Tulio di Admeto, a me non men che caro,
Sacro è pur anco: il genilor, la madre,
E i figli suoi, questo è d’Admeto il sangue:
Or, qual di questi in vece sua disfattoEsser polea da Morte? il figlio forse?
Ei, due lustri non compie; ancor che in essoL’ardir non manchi, l’età sua capaceNon è per anco di sponlaneo veroVoler di morte: e se il pur fosse, io madre,D’unico figlio il soffrirei? Lo stessoDico vieppiù della minor donzella.
Riman l’antica, e sempre inferma madre;Specchio di ogni alta matronal virlude;
Pronta, ( son certa ) ove il sapesse, a darsiVittima a Slige del suo figlio in vece:
Ma tu poi, di’, tu che sol vivi in essa,
Alfieri
PRIMO Ì37
Dimmi, in un col suo vivere non foraTronco all’istante il tuo? Dunque in (e solo,Ecco, che a forza ricadea 1’ orrendoScambio, se primo eri ad udir del NumeLa terribil risposta. Onde mia curaFu di carpirla io prima; io, che stranieraIn questa reggia venni, e a me pur largoConcede il fato, che salvarne io possaTutli ad un tempo i preziosi germi.
FEREO
Pianger mi fili: di maraviglia immensaPiena m’hai 1’ alma, e il cuore a brani a braniMi squarci intanto. Oh ciel!..
ALCESTE
Pianger, tu il puoi
Sul mio destin; ma tu biasmare, o padre,L’alto proposto mio, nè il puoi, nè il dei.Quanto più a me costa il morir, più degnaDi redimere Admeto, a Plulo io scendoTanto gradita più. Voler del CieloQuest’ era al certo: e di convincerne ancoLo stesso Admeto mio, la cura assumo.
Il disperato suo dolor, già il veggo,
Ma affrontarlo non temo. 11 Ciel darammiForza anco a ciò: le mie ragion farogliCon man palpare; e proverogli, spero,
Che il coniugai puro suo immenso amoreS’io ’l possedea, mertavalo. Al destinoCedere, è forza: ma il piegarsi ad essoSenza infranger pur 1’ animo, discerneDal volgar uom 1’alteramente nato.
Nel mio coraggio addoppierassi il suo:
Salvo io l’avrò coi genitori e i figli;
Viva, egli amommi; onorerammi estinta.
FEREO
Muto rimango, annichilato: in pettoNobile invidia, allo dolore, e duraDi me vergogna insopporlabii sento.
Farò...
ALCESTE
Farai, che la memoria miaQui sacra resti, al mio pensier tu stessoOr servendo, qual dei. Salvar tu il figlio,
Ed io ’l marito, deggio: ecco d’entrambiL’alto dovere, il solo. E già di nuovo11 fatai voto al tuo cospetto io giuro...
E già compiendo ei vassi... Ah! si: ne provoGià i crudi effetti. Una vorace ardenteFebbre già già pel mio mortai serpeggia.
Dubbio non v’ha: Pluto il mio volo accolse;
A se mi chiama; ed ornai salvo è Admeto.
FEREO
A lui men corro; egli fors’anco...
ALCESTE
A lui
Non è chi giunga anzi di me: già priaChiusi ad ogni uom n’ ebb’ io gli accessi tulli.
Io risanarlo, ed annunziargliel’ ioDebbo; non altri. Or tu, che pur lanl’amiL’egregia tua consorte, a lei len vola,
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