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ATTO SECONDO
CORO
In questo
Limitar sacro della reggia, or dianziC’invitava ella ad alla voce ; e tostoPoi c’imponea cantare inni devoti...admeto
A Proserpina?
coro
Si. Balda frattanto
Ella inoltrava in vèr sue stanze il piede ;
A prepararsi al sagrificio forse,
Che qui apprestar c’imponé.
ADMETO
Itene ratte
Su Torme sue voi dunque: ite; fors’ellaNel sacello d’Apolline devotaLe rituali abluzioni or compie:
Deh, trovatela, ed oda ella da voi,
Ch’io sano, eppur di tremilo ripieno,
Prostralo ai piè di questa fatai Dea,
Aspettando lei slommi.
SCESTA II.
ADMETO
Oimè! comanda
Di qui apprestarle un sagrificio? — Ah, m’odiDea possente d’Averno; o tu, ch’or dianziIn suon feroce tanto me appellavi,
Qual non dubbia tua vittima ; deh tosto,
Ove pur mai questa recente orrendaMia vision, verace esser dovesse,
Deh tu ripiglia questa fral mia spoglia!
A lai patti, io non vivo. Ecco, mi atterroAl simulacro tuo, d’atre coroneDi funereo cipresso adorno all’uopo:
E l’invoco, e scongiuroti di darmiBen mille morti pria, che non mai trarreTal visione al vero.
SCENA' III.
FEREO, ADMETO
FERRO
A queste soglieDel caro figliuol mio sempre ritornoAnsioso tremante: eppur lontanoStarne a lungo non posso. I feri deltiDella misera Alceste, un solo istanteNon mi lascian di tregua. Almen chiarirmiCon gli occhi miei vogl’io, se già risortoDalle stancate sue fatali piumeSia il mio Admeto.
ADMETO (1)
Admeto? Oh, chi mi appella?
(1) Ergendo il capo dal suolo.
Che veggo ? oh ciel ! tu, padre?
FERRO
Al Ciel sia laude!
Verace almeno è il rinsanir tuo pieno:
E l’istantanea guisa onde Tavesti,
Prodigiosa eli’ è pur anco. Oh dolce ,
Unico figlio mio, risorto al fineTi riabbraccio ! e di bel nuovo io possoIn te la speme mia, quella del regno,
E la speme di tutti, ornai riporre.
ADMETO
Che parli tu di speme? Ah, no! me vediSano di aspetto forse, ma infelicePiù mille volle che di morte in grembo,
Qual io mi stava or dianzi. Alto spavento,
Non naturale al certo, di me luttoS’indonna, o padre: ed i miei passi, e i detti,E i pensieri, e i terrori, e l’agitataAllonit’almay e '1 sospirar profondo ;
Tutto, (tu il vedi) accenna irsi cangiandoQuel morbo rio mortifero di corpoIn nuova, e vie più fera orrida assai,Egritudine d’animo.
FEREO
Dal pianto
Io mi ratlengo a stento. — Ah, figlio; hai dunqueVista Alceste, ed uditala...
ADMETO
Per anco
Vista non l’ho, da che pur io riveggoCon occhi ornai non appannati in morteQuesta luce del Sole. In ogni parteIo della reggia al sorger mio trascorsiPer rintracciarla, e indarno: alfin le sueFide matrone, agli occhi miei qui occorse,Dentro inviai vèr essa, e qui frattantoAspettandola slavami. Deh, quante,
Quante mai cose, Alceste mia, narrarliDeggio, tremando! entro il tuo cor celesteD’ogni mio affetto sfogo almen ritrovo :
In calma alquanto ritornar miei spirti,
(Se v’ha chi il possa) il puoi tu sola,
FEREO
Oh cielo!
Misero figlio !... Ascoltami : or fia ’l meglioUn colai poco rendere a quiete,
Pria di vederla, i tuoi mal fermi ancoraTroppo agitati sensi. In egre membraQuasi non cape una istantanea pienaSalute: or forse vaneggiar ti fannoLe troppo a lungo infievolite fibreDel travaglialo cerebro.
ADMETO
Deh, fosse
Pur vero, o padre! ma più intera maiDel corpo in me non albergò salute,
Di quella ch’or vi alberga : e in me pur tutteNitide sento del pensier le posse,
Quant’io mai le provassi. Ah! non vaneggio,No, padre amato: ma il repente modo,