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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ALCESTE SECONDA

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Ond’io risorsi; e la seguila (ostoMia vision palpabile (remendaAvrian disturbo anco arrecalo ad ogniPiù saldo e indomit’ animo. — Sommerso,

Ha poch’ore, in mortifero letargo

10 giaceami; tu il sai. Gli occhi miei, graviDi stigia nebbia, nulla ornai scernevano:Adombrala la mente, annichilali

Presso che (ulti i sensi, ov’io mi stessi,

Nè tra cui, noi sapea. Forse, in lai punto,

E dall’amanle moglie e da’miei fidiUn cotal poco a un apparente sonnoLasciato in grembo, io rimaneami solo:

O il credo, almen; poiché niun ente al fiancoMi trovai nel risorgere. Ma intanto,

Fra resistere e il no slavami, quandoPiù ardente assai éhe di terrena fiamma,Raggio improvviso mi saetta, e a forzaGli occhi miei schiude. Ecco, il sovrano Iddiq,Quel già cotanto a noi propizio Apollo,

Qual già il vedemmo in questa reggia il giorno,Che non più a noi mortai pastor, ma eccelsoAperto Nume, consentia mostrarsi:

Tal egli s’era; e in suo splendor divinoAl mio letto appressandosi, con lieveAlto celeste un’alma panaceaMirabile, odorifera, vitale,

Alle mie nari ei sottopone appena,

E la benigna sua destra ad un tempoMi stende, e grida: Admeto, sorgi: i preghiDei genitori e di tua rara sposaSono esauditi: or, vivi. — E i detti, e il fatto,

E il mio guarire, e il suo sparir, son uno.

Dal letto io balzo già: pien d’alta gioia,

Ch’ogni voce mi toglie, ecco mi prostroAl Dio, che ancor della imraorlal sua luceSplendido un solco ergentesi nell’aureSi lasciava da tergo. Indi, nel cuore

11 pensier primo che sorgeami, egli era

Di abbracciar la mia Alcesle; chè mai niunaGioia, cui seco non divida io tosto,

A me par gioia.

FEREO

Oh sacro Apollo! oh, veroNume di noi pròteggilor sovrano!

L’alte promesse tue ben or ravviso,

Che al tuo partir ne festi.

ADMETO

Ma tu, padre,

Il tutto ancora non udivi: alquantoSospendi ancora i voti tuoi. — Men givaIo dunque ratto della sposa in traccia;Quand’ecco, in su la soglia a me da fronteAppresentarsi in spaventevol formaLa Morte. In sul mio capo la taglienteOrrida falce ben tre volte e quattroMinacciosa brandisce; indi, con voceDi tuono irata: Admeto, grida, Admeto,

Un prepotente Iddio per or l’involaDalla non mai vincibil falce mia;

Ma di me lieta riportar la palma,

Noi creder tu. Vivrai, pur troppo: indarnoDel Destino immutabile si attentaRomper Febo le leggi: or, si, vivrai;

Ma in tali angosce, che non mai vorrestiEsser tu nato: il di, ben mille volteInvocherai me fatta sorda alloraAi preghi tuoi, come finor tu il fostiAlle minacce mie, volente Apollo. —

Disse: ed un nembo di caligin atraDiffondendomi intorno, in un dirottoPianto lasciomrai semivivo. A stentoPria brancolando inoltromi per girneFuor della reggia: e vieppiù sempre poscia,Quasi incalzato, io corro e non so dove:Alcesle chiamo, Alceste; ella non m’ode;Donne qui trovo, e un sacrificio intendoApprestarsi a Proserpina: mi atterroAl simulacro suo: tremante stommi.

Che sperar? che temer? che dir? che farmi?...Ah, padre ! io' son misero assai.

FEREO

Che deggio

Pur dirgli?... oh cielo!.. Ma, che veggo? AlcesteOh figlio! oh figlio !

smi ìv.

ALCESTE, FEREO, ADMETO

ALCESTE

Oh me felice! Admeto,Parte miglior dell’alma mia, tu vivi,

E sano sei quanto il mai fosti. I NumiCel promisero già : rendiamli or dunqueDevote grazie; e i loro alti decreti,

Quai eh’ ei pur sieno, or veneriamo a gara.

ADMETO

Oh ciel! son questi, amata sposa, or questiSon gli atti, e i detti, che il tuo immenso amoreSoli per me t’inspira, il di ch’io riedoA inaspettata vita? Egra ti veggio,

Squallida il volto, addolorata il petto;

Nel favellar, mal certa ; e, non che un raggi 0Spunti di gioia in su l’ingenua fronte,

Gli atri solchi vegg’ io tra ciglio e ciglioD’angoscia profondissima. Ahi me misero,Qual mi son dunque io mai, poiché da morteScampato pur, prima a me stesso, e quindiAi miei più cari tulli espressa doglia,

Non già letizia, arreco? Ah, Ben, pur tropP°>Veraci fieno i miei terrori !

ALCESTE

Padre,

In questo nostro limitar pur ancoIo non credea trovarti. Irne all’anticaMisera madre del tuo Acftneto, e mia,

E consolarla con la fausta nuovaDel risanato figlio, il promettevi