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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO SECONDO

401

A me lu stesso, or dianzi.

FEREO

Alceste, intendo

11 tuo dire: la nuova io già recavaAlla consorte mia ; vèr essa or torno:

Col tuo sposo li lascio. Acqueta intantoNel tuo petto ogni dubbio: ah, no; non ebbiL’ardir, nè il cor di assumermi col figlioNiun de’tuoi drilli sacrosanti.

ADMETO

Or, quali

Detti fra voi?...

FEREO

Chiari a te fieno, in breve;Me, figlio amato, rivedrai qui tosto.

SCEMA V.

ADMETO, ALCESTE

ADMETO

Ma, che fia mai? ciascun di voi qui veggoDel risanar mio ratto starsi afflitlo,

Quanto del morir mio pur dianzi il fosse?

ALCESTE

Admeto , ognor venerator profondoDegl’Iddìi, te conobbi...

ADMETO

E il son, più sempre,Or che dal divo Apollo in don si espressoLa vita io m’ebbi. Ah, fida sposa, alloraDov’eri tu? perchè non t’ ebbi al fianco,

In quell’istante si gradito, e a un tempoA me tremendo e sovruman pur tanto?

Allo sparir del sanator mio Nume,

Forse l’aspetto tuo mi avria del tuttoFrancata in un la mente: al reo fantasma,Che mi apparia poi tosto, ah lu sottrattoForse mi avresti I

ALCESTE

Oh sposo I io non t’avreiPer certo, ahi no, racconsolato allora,

Come or neppure io ’l posso.

ADMETO

E sia che vuoisi;Cessi alfine il mortifero silenzioDi tutti voi. Saper dai labri io voglio,

Ciò che cogli alti e col tacer funestoMi si va rivelando. Unica donna,

Sposa adorata mia, sa il ciel s’io t’ami,

E se ragion nuli’altra ornai mi fesse,

A paragon dell’amor tuo, la vitaBramare: con te sola, a me fia dolceI di lei beni pochi e i guai pur tantiIr dividendo. Ma giovommi or forseScampar da morte, quando a me sul capoUna qualch’ altra ria sventura ignotaMi si accenna pendente? Nè tu stessa

Negarmel’ osi. Io raccapriccio; e udirlaVoglio; e d’udirla, tremo.

ALCESTE

Admeto, in vitaRestar tu dei: scritto è nei fati. É sacra,

È necessaria la tua vita a entrambiI tuoi cadenti genitori; a entrambiI tuoi teneri figli; all’ampio regno;

Ai tuoi Tessali lutti.

ADMETO

Alceste, oh cielo!

E tutti, a cui fia d’uopo il viver mio,

Fuorché te stessa, annoveri? Che miro?

E il mal represso pianto alfin prorompeSu la squallida guancia? e un fero tremiloLa lingua e tutte le tue membra in guisaSpaventevole scuote !...

ALCESTE

Ah! non più tempoÈ di tacermi : un si funesto arcanoFia impossibil celartelo; nè udirlo,

Fuorché da me, tu dei. Deh, pur potessi,Misera me ! com’ io la forza e ardireDi compier m’ ebbi il sacrosanto mioAlto dover, deh pur cosi potessiGli effetti rei dissimularten meglio !

Ma imperiosa, su i diritti suoi

Rugge Natura: oimè! pur troppo io madre

Sono; e tua sposa io fui...

ADMETO

Qual detto!

ALCESTE

Ah, dirti-

Più non poss' io, che il sono.

ADMETO

Un mortai gelo

Al cor mi è sceso. Oh ciel! non più mia sposaNomarti puoi?

ALCESTE

Son tua, ma per poch’ore...

ADMETO

Che fia? chi torti a me ardirebbe?

ALCESTE

1 Numi;

Quei, che già mi ti diero. A lor giuraloHo il mio morir spontanea, per trarliDa morte. Il volle irrevocabil Fato.

ADMETO

Ahi dispieiata, insana donna! e a morteSottratto hai me, col dar te stessa a morte?Due n’uccidesti a un colpo: ai figli nostriTolto hai tu, cruda, i genitori entrambi,

E madre sei?

ALCESTE

Fui moglie anzi che madre:

E ai figli nostri anco minor fia danno,

L’esser di me pria che del padre orbati.

ADMETO

E ch’io a te sopravviva, o Alceste, il crediPossibil tu?

& a