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ALCESTE SECONDA
ALCESTE
Possibil tulio, ai Numi:
E a (e il comandan essi. Or degg’ io forseAd obbedirli, a venerarli, o Admeto,
A te insegnar, che d’ogni pio sei norma?Essi infermo li vollero; essi, addurrePoscia in forse il tuo vivere; poi, dartiQuasi vita seconda; e, di te in vece,
Vittima aversi alcun tuo fido: ed essi( Dubitarne puoi lu? ) me debil madre,
Me sposa amante, al sacrificio eccelsoDegli anni miei per gli anni tuoi guidareCon invisibil mano, essi soltanto.
ADMETO
I Numi? ah, no: forse d’inferno i Numi...
ÀLCESTE
Ch’osi tu dire, oimè! Dal Ciel mi sentoSpirare al core inesplicabil, altoArdir, sopra l’umano. Ah, mai non fiaChe il mio Admeto da me vincer si lasciNè in coraggio viril, nè in piena e santaObbedienza al Cielo. A me se caroCosti il morir, tu il pensa: e a le, ben veggo,Più caro ancor forse avverrà che costi
II dover sopravvivermi. A vicenda
E a gara entrambi, per l’amor dei figli,
Per la gloria del regno e l’util loro,
E per lasciar religioso esemploDi verace pietà, scegliemmo or noiL’un di morir, di sopravviver l’altro,
Bench’ orbo pur della metà più caraDi se medesmo. Nè smentir vorrestiTu i miei voti; nè il puoi, s’ anco il volessi.
Di tua ragione ornai non è tua vita :f Ei n’ è solo signore il sommo Apollo,
Ei che a te la serbava. E il di luì nume,
Che spirto forse alle mie voci or fassi,
Già il veggo, in le muto un tremore infonde,Nè replicarmi ardisci: e in me frattantoVieppiù sempre insanabile serpeggiaLa mortifera febbre,
SCESI A. VI.
CORO, ALCESTE, ADMETO
ALCESTE
In tempo, o donne,Voi qui giungete: alla custodia vostraBrevi momenti, infin ch’io rieda, or restiQuest’infelice: nè voi, d’ un sol passoDal suo fianco scostatevi. M’è d’ uopoQui nel gran punto aver pur meco i figli:Con essi io torno, e qui starò poi sempre.
CORO
Strofe I.
Qual grazia mai funestaPiovea dal Ciel su la magion d’Admeto,
Poich’ ora al doppio mesta
Dopo il sanato sposo
L’egregia figlia del gran Pelio resta?
Ed ei fa intanto a ogni uom di sè divieto,
E in atto doloroso
Slassi immobile; e muto
Stassi, trafitto il cor da strai segreto:
E par, più che il morire, a lui penosoII riviver temuto.
Anlislrofe 1.
D’ atra, orribil procellaL’impeto mugghia, e spaventevol ondaAmbo i fianchi flagellaDi alato nobil pino,
Il cui futuro immenso corso abbellaSpeme di altero varco a intatta sponda.
Il pietoso DestinoNoi vuol de’ flutti preda:
Ma che prò, se di onor quanto il circonda,Vele, antenne, limone, ardir divino,
Tutto ei rapir si veda?
CORO
Strofe li.
Tal è Admeto, cui tolto il morir era;
Ma non per questo ei vive,
Perch’ or gli nieghi il Fato morte intera.
Uom, che nulla più spera,
Non è fra i vivi, no: penna ei di vetro,
Che in adamante scrive,
S’infrange ognora all’ odiosa coteDi sorte avversa, al cui feroce metroNulla star contro puote.
Sculto ha d’Admeto in fronte il duol che il pr eIllC ’Che in eterno è per lui morta ogni speme.
Anlislrofe II.
0 di Latona tu splendido figlio,
Nume eccelso di Deio,
Se di Morte involasti al crudo artiglio,
Con un girar di cìglio,
Questo germe d’ un sangue a te si caro,
Al cui devoto zelo
Premio te stesso in pastorale ammantoGià concedevi nel tuo esiglio amaro;
Ah, perch’ ei sempre in piantoVivesse poscia, ah no, lu noi salvasti:
Tragli or dunque ogni duol, tu ch’a ciò ba