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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO TERZO

SCENA I.

ALCESTE, col figlio EUMELO e la figliaper mano; seguila, e sorretta da varie ancelle.ADMETO in disparte ; e CORO

ALCESTE

Fide ancelle, qui, ai piè del simulacroDi questa Dea terribile, il mio stratoStendete voi: debbo offerirle io stessaLa sua vittima qui. Voi, figli intantoItene entrambi al padre vostro: ei stassi( Vedetel voi?) muto, e dolente, e soloColà: ma in lui, quanta ne avesse ei mai,

Già rifiori l’amabile salute,

Ed ei per voi vivrassi. Itene, al colloLe innocenti amorose braccia vostreAvvincetegli or voi.

EUMELO

Deh, padre amato,

Fia dunque ver che ti vediam risorto?

Oh qual gioia è la nostra !

ADMETO

Ah fra noi gioiaNon v’è più mai. Lasciatemi; scostatevi;Troppo efferato è il mio dolore: affettiPiù non conosco al mondo; io, d’ esser padre,Neppur più il so.

EUMELO

Che sento! oimè tuoi figliPiù non siam noi? Tai delti io non intendo.Via, più forte abbracciando, o fida suora;

Forza fia pur che alfin ci riabbracci.

ADMETO

Oh figli! oh figli!.... Ah, quai saette al cuoreE gl’innocenti detti, e gl’innocentiBaci vostri or mi sono! Io più non bastoAl fero strazio. I dolci accenti vostriPercosso m’hanno, e rintracciato al vivoIl dolce suon del favellar d’ Alceste. —

Alcesle! Alceste! —Era mia sposa il fioreDel sesso lutto: dal consorte amataAl par di lei, non fu mai donna; ed essaPur fu l’ingrata, essa la cruda e 1’ empia,

Che abbandonar volle e il marito e i figli! —Si, figli miei, questa è colei eh’a un puntoOrbi vi vuol dei genitori entrambi.

ALCESTE (1)

Oh dolore ! ben odo i feri delti

Del disperato Admeto. Ad ogni costo,

A me Spella il soccorrerlo con questeUltime forze mie. Venite, o donne;Sorreggendomi, al misero appressatemi,

Ch’ ei mi vegga e mi ascolti.

ADMETO

Alceste? Oh cielo!

Ti veggo ancora? e quella or sei, tu stessaChe in mio soccorso vieni? e si pur t’ odo,Mentre morente stai? Deh sul tuo stratoRiedi; a me tocca, a me, quivi star sempreAl tuo spossalo fianco.

ALCESTE

È vana affattof Ogni cura di me: bensì convienti...

ADMETO

Oh voce! oh sguardi! Or questi, ch’io pur miroEntro a mortai caligine sepolti,

Son questi, oimè, quei già si vividi occhi,Ch’eran mia luce, e mio conforto e vita?

Qual fosco raggio balenar mi veggioSul chino capo mio! qual moribondaVoce sul cuor piombavami! tu muori,

O troppo fida Alceste; e per me muori!

CORO

Ecco il funesto arcano. Or tulle appienoD’ambo gli sposi le diverse orrendeSmanie intendiamo.

ADMETO

Alceste, e tu sorreggi,Pietosa tu, questo mio grave tantoCapo, ognor ricadente, con l’estremeVitali forze di tua fievol mano? —

Ah, dal feral contatto, in me già tuttoIl furor disperato si ridestaE si addoppia. Già in piè balzo ; già corroAl simulacro di quel Nume ingordo,

Che aspetta la tua vittima: là voglio,

Pria che tu muoia, immolar io me stesso.

■ ALCESTE

Ogni furor fia vano: i figli, e questeMatrone alte di Fere, e queste fideAncelle nostre, e Alcesle semiviva,

Tutti, ostacol possente or qui stiam noiConira ogni tua spietata mira insana.

Siate yoì , figli, ai furiosi moti

Del padre inciampo ; attorcigliali statevi

f Così pendenti dai ginocchi suoi.

ADMETO

Vauo ogni inciampo; ogni voler dei Numi,Vano. Signor de’giorni miei, son io:

(1) Sorgendo, sorretta, dallo strato.