L70 ALCESTE
Orfani figli : rimirarli ornai,
Più noi posso. Deh’! Morte, affretta, o Morte,La tua strage seconda. Alceste è spenta?
E vivo è Admeto?... Un ferro, or chi mel niega?Un ferro io voglio. Invan voi mi accerchiate;Tentate invan voi di frenarmi.
FEREO
E indarno
Tu d’infierir contro le stesso speri.
Troppi siam; tu sei solo, e inerme, il vedi;
Te difendiam da te medesmo or noi.
E ucciderai, pria che te stesso, io’l giuro,
Il proprio padre tu.
ADMETO
Serbar me dunqueVivo malgrado mio, voi sperereste?
Mille son, mille, del morir le vie;
Ma non di furto io tenlerolle. Appunto,
Voi testimoni appunto or qui m’eleggoDella immutabil mia sentenza estrema. —
Giuro ai celesti Iddii, giuro agl’inferni,
Che ornai nè cibo alcuno, nè una pureGoccia di semplice acqua in guisa niunaA sostentare il corpo mio per questeFauci mai più non scenderà. Ch’io poscia,Irriverente, un tal mio giuro infranga,
Tanto possibil fia, quanto che Alceste,
Rotte le leggi dell’eterno Fato,
Dal negro A verno a riveder quest’almaLuce del Sol mai rieda. — Udiste? Or queto,
E in me securo, io stemmi. A piacer vostro,Voi, crudi amici, con pietà fallaceFrenatemi, opprimetemi, straziatemi,
E per anco negatemi la vista
Del sospirato corpo; io già con essa
Sto fra gli estinti. Or tu, se mai mi amasti,
Padre, tu queste mie spoglie poi chiudi
Entro uno stesso avello con le spoglie
SECONDA
Della mia Alceste. — E qui do fine ai delti.
Nè un sospiro, nè un moto ornai, nè un cennoUscirà più da me.
FEREO
Deh, figlio, figlio!...
Lo abbandonan le forze...
CORO
In lui cogli inni,Donne, avviviam religiosa spene.
CORO
Monoslrofe
Tutto ei può, tutto, egli è, tutto ei penetraCol folgor ratto del divin suo ciglio,
Il regnator dell’ etra.
Nè indarno mai, nè a casoScagliato è strale d’immortai consiglio.
Non disdegnando umane forme, ei volleIl clavigero figlio •
Già procrear di Alcmena bella in seno;
Quel forte Alcide, che su i forti estolle( D’ira celeste invaso )
Suo braccio si, eh' ogni valor vien menoDi qual, che contrastargli ardisca folle.
Ciò seppe Anteo gigante;
E Cigno, allo guerrier, figlio di Marte;
E Marte stesso il seppe, e il sepper quanteIdre, e Chimere, e Gerioni, e mostriVinti a’di nostri,
Di loro spoglie a forza a lui fean parte.
Or fia che indarno, o a caso,
Di sparar c’ imponesse un uom cotanto,Presso cui l’opra è tutto, e nulla il vanto?-"Muto, e tremanteOgni uom si prostri;
| Chè lutto può, tutto è, lutto ei penetra| Col folgor ratto del divin suo ciglioi II regnator dell’ etra.
ATTO QUINTO
SCENA UNICA
CORO, ADMETO giacente immobile sotto la sta-tua di PROSERPINA, FEREO, i FIGLId’ADMETO, ERCOLE con ma DONNA vela-la, cui lasciala in disparte,s’inoltra poi egli solo.
FEREO
(1) -Tacete, o donne; ecco, già riede Alcide,
Leal quanto magnanimo.
CORO
E su l’orme
Sue frettolose, da lungi lo segueCon passi incerti una velata donna,
In portamento altera.
FEREO
Eccelso eroe,
Deh vieni ; e tu, ( che il puoi tu sol ) sotlragg 1Da orribil morte il disperato amico.
(1) Vedendo Ercole,
(1) Incontrandolo.