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ATTO QUIIXO
SCENA I.
CLEOPATRA, ISMENE, DIOMEDE
CLEOPATRA
M i vendicasti adunque, e più non vive?
DIOMEDE
SI, regina, e d’nn sol colpo funestoTolsi la vita a Antonio, e a me l’onore.
CLEOPATRA
Nell’ udire il mio nome, e che ti disse?
DIOMEDE
Oh Cielo! e vuoi eh’un nuovo orror s’aggiungaAl commesso delitto? e ch’io rammembriCiò, che l’oscura notte, e il nero AvernoDovrian coprir d’un sempiterno obblio?
No; rinnovar noi posso; all’ atro colpoRivolsi gli occhi, ed agghiacciato il sangueIntorno al cor ristette, e l’alma allora,
D’orror stupida, e muta, non sapeaQual iniquo, nefando, e atroce colpo,
L’empia mano vibrasse, a lei ribella:
Colpo, per cui, ed infelice, e amara,
Mi fora ognor la vita; ed a te stessa,
Alla tua pace, al tuo onor, e al regno tuo,Forse più che non credi, avverso colpo.
CLEOPATRA
Ma frattanto il goder mi sia concessoDella vendetta i desiali frutti:
A inacerbito cuor, quanto son dolci!
L’odiose d’Antonio aspre catene,
Son rotte al fin; mi si ridesta in petto,
La speranza, e la gioia, in bando posteDalla mesta, e severa tirannia.
Ma viene Augusto. 0 quanto a lui fia grata,
E quanto utile a me, la nuova acerba.
SCENA II.
AUGUSTO, CLEOPATRA, ISMENE,DIOMEDE
CLEOPATRA
Per le, signor, ogni mio affetto è vinto;Tacque il rimorso, e la pietà si tacque;
E, d’uu sol colpo, per mia mano estintiSon d’Augusto, e di Roma, oggi i nemici:
Più non respira Antonio; ed un possenteMotor mi spinse a tanto... E che?... gli sguardiBiechi, attoniti volgi, e fissi al suolo?Confuso, mesto, ed agghiaccialo, ascoltiLi delti miei, quando di gioia il pettoTi dovrian inondar?... Che fu?.,.
AUGUSTO
Regina,
10 men grande sarei, se non piangessiDi un infelice, eppur si grande eroe,
La deplorabil morte. Ah si, che Antonio,Un si invitto guerrier, benché nemico,
D’un più nobile fine era ben degno.
CLEOPATRA
Qual insolita in te favella è questa?
Pria che cadesse, noi dicesti grande:
Quel, che vivo aborristi, or piangi estinto?Come hai tu l’alma fluttuante ognora,
Fra la falsa virlude, e ’l vizio vero?
Ti mostri ad arte qual eroe sublime,
Ma ti fè la natura un vii tiranno;
Sotto un finto dolore invan l’ ascondi. —
'AUGUSTO
Fu mio nemico è ver, nemico odioso,Antonio sì, ma fu Romano ancora (1);
Ed a scemar li suoi nemici, AugustoNon implorò donnesca mano imbelle;
A tanto, mai, non abbassò sé slesso:
I tradimenti ignoro, e son, pur troppo,
Ai tradimenti avvezzi, i re d’Egillo.
CLEOPATRA
Si sgombra il vel; la scellerata menteDel più iniquo mortai, m’è noia adesso.L’empie lusinghe, e i tuoi mendaci detti,
Di cui fu solo testimonio il Cielo,
M"intesseranno i di d’eterno pianto...
Ma non t’attesto, o Ciel; di lai misfattiConsapevol non sei, o a non vederli,Sdegnoso il ciglio tu rivolgi altronde;
Se ciò non fosse, e a chi sarian serbati,Quei, che 1’ empio scherni, fulmini vostri?
AUGUSTO
Non profanar del Ciel con labbra imparo
11 sacro nome: agli empj ognor fu sordo.
T’appresta intanto a seguitarmi in Roma;Dell’ atroce delitto a render conto
(1) Ecco un verso in vece di due, 1783.
Nemico a me t sìj ma Romano egli era.