POESIE LIRICHE.
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E fa che il mondo in lui rinati ammiriQuei che la prisca età pose nel cielo:Teseo , Alcide , Giason, Bacco ed Osiri.
XXV.
PER LO STESSO.
Teseo, Osiri, Giason, Bacco ed AlcideScorrer la terra e il mare anime ardenti,
E portar guerra a gli uomini nocenti,
E al debole apprestar le braccia fide 3
E poner leggi e condur 1’ arti e guide
Far de la copia il suolo e 1* onda e i venti ,E offrir se stessi a stabilir le gentiLa prisca età meravigliando vide.
Ben de’ lor fatti la beltà decoraContaminò finger profano e stolto,
Onde il vulgo s’inganna e il vero ignora:
Ma chi dotto all’età scoprir sa il voltoIn quegli eroi mille virtudi onoraChe poi Cesare solo ha in se raccolto.
XXVI.
FELICITÀ DELL’ INNOCENZA.
Si, fuggi pur le glebe e il vomer duroCh’ io ti die’ in pena dell’ antico fallo :
Credi però dell' oro ergerti un valloOve tra gli ozj tuoi viver securo ?
Tristo ! non sai eh’ io ’l mio furor maturo ,
Ma non l’oblio giammai? che piedestalloMal fermo ha la tua sorte? E che in van dalloStento t’invola impenetrabil muro?
Dio così parla 3 e ratto move a dannoDe’possenti le cure atre e quel crudoLanlator de gli uman petti affanno.
Bella Innocenza intanto il braccio ignudoSul vomer posa e fra se dice : Ond’ hannoTal dolcezza le stille auree eh’ io sudo ?
XXVII.
IL LAMENTO DI ORFEO.
Qual fra quest’erme, inculle , orride rupiChe han di nevi e di ghiaccio eterno manto,Echeggiando per entro a gli antri cupi,
S’ode accostar melodioso pianto?
Ah ! ti conosco al volto, al plettro, al canto,Giovin di Tracia che il bel core occupiSol di tua doglia e d’ ammansare hai vantoGli uomini atroci e gli stess’orsi e i lupi.
Deh un momento ti arresta e il caro oggettoCome perdesti e gl’infortunj tuiCanta e ne inonda di pietade il petto.
Qui baccanti non son, ma ninfe a cui
L’alma è gentile: e più d* ogni altro affettoE dolce il palpitare a i casi altrui.
XXVIII.
L’ ESTRO.
Qual cagion, qual virtù , qual foco innato ,Signore, è quel che la tua mente accendeQuando ogni core, a i versi tuoi beato,Da i labbri tuoi meravigliando pende ?
E spirito ? E materia ? E Dio che scendeL’una e l’altro agitando oltre l’usato?Come l’Estro in te nasce, e come stendeIn noi sue forze imperioso e grato ?
Tu l’arcano ch’io cerco esponi al giorno:
E mentre il ver da le tue labbra espressoSplenda di grazie e di bellezze adorno,Crederò di veder lungo il Permesso,
Fra il coro de le muse accolte intorno,Parlar de le sue doti Apollo istesso.
XXIX.
L’ AMOR VERACE.
Ah colui non amò, colui avversi
Ebbe i labbri al pensier, perfido ingannoOrdì colui che d’amoroso affannoParlò primiero a la sua donna in versi.
I carmi, o Nice, di lusinghe aspersi
Spesso imitano il ver , ma il ver non fanno.Son arte i carmi 3 ed arte aver non sannoGli affetti che dal core escon diversi.
Un sospir chiuso a forza, uno agitato,
Un tronco favellare, un pertinaceOra languido sguardo , ora infocato,
Questa è la lingua dell’amor verace:
A questa credi, a questa il core è nato3E Febo pera e il suo cantar fallace.
XXX.
L’ AUGURIO.
Garzon bellissimo, a cui con gli anniCrescon le grazie , cresce il vigore,
Tal che con Venere tu sembri Amore,E sol ti mancano la benda e i vanni 3
Ah ! il tuo buon genio da i folli ingauniTe de lo spirito guardi e del core,
E su per 1* arduo sentier d’onoreA grandi movati illustri affanni.
Così nel riedere questo bel giorno,
O sii tu giovane o adulto o veglio,Ognor più vedati di pregi adorno :
E l’altro secolo, serbato al meglioDi tue bell’ opere , a te d’intornoDi tue bell’ opere si faccia speglio.
XXXI.
DI SÈ STESSO.
Quell’io che già con lungo amaro carmeAmor derisi e il suo regno potente,