POESIE LIRICHE.
02
E tutta osai chiamar l’itala genteCol mìo riso maligno ad ascoltarne,
Or sento anch'io sotto a le indomit'armeTra la folla del popolo imminenteDietro a le rote del gran carro lenteDall'offeso tiranno straseinarmc.
Ognun per osservar l'infame multa
Preme urta e grida al suo propinquo: E quei;E il beffator comun Iteffa ed insulta,lo scornato, abbassando gli occhi rei ,
Seguo il mio fato ; e il fier nemico esulta.Imparate a derìdere gli dei.
XXXIL
PER LA MACCHINA AEROSTATICA.
eco del mondo e meraviglia e giocoFarmi grande in un punto c lieve io sento;
E col fumo nel grembo e al piede il focoSalgo per 1’ aria e mi confido al vento.
E mentre aprir novo cammino io tento
All'uom , cui l'onda e cui la terra e poco,
Fra i ciechi moti e l'ancor dubbio eventoAlto gridando la Natura invoco :
O madre de le cose I Arbitrio prendaL'uomo per me di questo aèreo regno,
Se ciò fia mai che più beato il renda.
Ma se nocer poi dee, l’audace ingegno
Perda l’opra e i consigli ; e fa eh’ io splendaSol di stolta impotenza eterno segno.
XXXIII.
A VITTORIO ALFIERI.
anta già di coturni, altero ingegno,
Sovra l'italo Pindo orma tu stampi
Che andrai, se te non vince o «ode o sdegno,
Lungi dell’arte a spaziar fra » campi.
Come dal cupo ove gli affetti han regnoTrai del vero e del grande accesi lampi 1E le poste a'tuoi colpi anime segnoPien d’inusalo ardir scuoti ed avvampi!
Perchè dell'estro a i generosi passi
Fan ceppo i carmi? e dove il pensier tuonaNon risponde la voce,amica e franca?
Osa, contendi; e di tua man vedrassiCinger l'Italia ornai quella coronaChe al suo crin glorioso unica manca.
XXXIV.
ACLORI
INSPIRATRICE DELL’ ESTRO.
"Volgi un momento sol, volgi un momento,Clori divina , sul mio stato acerboL’onnipotente tuo occhio superiloE calma in parte il mio crudel tormento:
E vedrai tosto, a quel girar, lo spento
Estro avvivarsi ; e quel che ia mente io serbo
Foco menar gran vampa; e acquistar nerboL’ingegno per la doglia stanco e lento;
E qual torrente giù precipitarmi
Dal labbro i versi; e al mio piè l’Astio neroProsternarsi, e la Gloria incoronarmi;
E la Terra devota al tempio altero
Offerir del tuo nume e bronzi e marmi,Dicendo : A te che ravvivasti Omero.
XXXV.
PER MARIA BEATRICE D* ESTE
ARCIDUCHESSA d’ AUSTRIA (i).
Àrdono , il giuro, al tuo divino aspetto,
Alma sposa di Giove, anco i mortali:
Tai da le bianche braccia e dal bel pettoE da i grandi occhi tuoi partono strali.
E ben farsi oserien a i numi egualiFuor dimostrando il lor celato affetto,
Se al fervido desire il volo e l’aliNon troncasser la tema ed il rispetto.
Issron, che nel cor la violenta
Fiamma non seppe contenere , or giaceSopra la rota e i voti altrui spaventa.
Ma se il caso di lui frena ogni audace ,
Non è però che i pregi tuoi non sentaPiù d’un’ alma gentil che adora e tace.
XXXVI.
PEL RITRATTO
BELLA SUDDETTA (a).
Ben ti conosco al venerando aspetto,
A i tratti egregi onde sorprendi e bùi,
Augusta madre mia , che fosti e seiSomma del mio pensier gloria e diletto.
Ma dove i baci, ove il soave al petto
Stringermi e il suon dell’alma voce e i beiDelti e i consigli che guidaro i mieiPrimi sensi e desiri al vero e al retto ?
Ove il continuo folgorar potente
De’ grandi esempi che rendean sì prestoL’animo a gir sull’orma tua lucente?
Ah vaneggiai! Subitamente desto
Dall’arte il cor fe’ lusingar la mente.
Madre, sci lungi: e un falso marmo è questo.
XXXVII.
PER CECILIA TRON
VENEZIANA.
( Grato srarpel, su questo marmo incidiIl fausto dì quando a’ mici lari apparse
(i) Ella scherzando disse che tutte le donne >toltane lei t avevano damante.
(3) Egregiamente scolpito da Giuseppe Franchi\ e da lei donato a sua fglia Teresa , duchessa di| Aosta j poi regina di Sardegna. E la figlia che parla.