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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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POESIE LIRICHE.

02

E tutta osai chiamar l’itala genteCol mìo riso maligno ad ascoltarne,

Or sento anch'io sotto a le indomit'armeTra la folla del popolo imminenteDietro a le rote del gran carro lenteDall'offeso tiranno straseinarmc.

Ognun per osservar l'infame multa

Preme urta e grida al suo propinquo: E quei;E il beffator comun Iteffa ed insulta,lo scornato, abbassando gli occhi rei ,

Seguo il mio fato ; e il fier nemico esulta.Imparate a derìdere gli dei.

XXXIL

PER LA MACCHINA AEROSTATICA.

eco del mondo e meraviglia e giocoFarmi grande in un punto c lieve io sento;

E col fumo nel grembo e al piede il focoSalgo per 1’ aria e mi confido al vento.

E mentre aprir novo cammino io tento

All'uom , cui l'onda e cui la terra e poco,

Fra i ciechi moti e l'ancor dubbio eventoAlto gridando la Natura invoco :

O madre de le cose I Arbitrio prendaL'uomo per me di questo aèreo regno,

Se ciò fia mai che più beato il renda.

Ma se nocer poi dee, l’audace ingegno

Perda l’opra e i consigli ; e fa eh’ io splendaSol di stolta impotenza eterno segno.

XXXIII.

A VITTORIO ALFIERI.

anta già di coturni, altero ingegno,

Sovra l'italo Pindo orma tu stampi

Che andrai, se te non vince o «ode o sdegno,

Lungi dell’arte a spaziar fra » campi.

Come dal cupo ove gli affetti han regnoTrai del vero e del grande accesi lampi 1E le poste a'tuoi colpi anime segnoPien d’inusalo ardir scuoti ed avvampi!

Perchè dell'estro a i generosi passi

Fan ceppo i carmi? e dove il pensier tuonaNon risponde la voce,amica e franca?

Osa, contendi; e di tua man vedrassiCinger l'Italia ornai quella coronaChe al suo crin glorioso unica manca.

XXXIV.

ACLORI

INSPIRATRICE DELL’ ESTRO.

"Volgi un momento sol, volgi un momento,Clori divina , sul mio stato acerboL’onnipotente tuo occhio superiloE calma in parte il mio crudel tormento:

E vedrai tosto, a quel girar, lo spento

Estro avvivarsi ; e quel che ia mente io serbo

Foco menar gran vampa; e acquistar nerboL’ingegno per la doglia stanco e lento;

E qual torrente giù precipitarmi

Dal labbro i versi; e al mio piè l’Astio neroProsternarsi, e la Gloria incoronarmi;

E la Terra devota al tempio altero

Offerir del tuo nume e bronzi e marmi,Dicendo : A te che ravvivasti Omero.

XXXV.

PER MARIA BEATRICE D* ESTE

ARCIDUCHESSA d’ AUSTRIA (i).

Àrdono , il giuro, al tuo divino aspetto,

Alma sposa di Giove, anco i mortali:

Tai da le bianche braccia e dal bel pettoE da i grandi occhi tuoi partono strali.

E ben farsi oserien a i numi egualiFuor dimostrando il lor celato affetto,

Se al fervido desire il volo e l’aliNon troncasser la tema ed il rispetto.

Issron, che nel cor la violenta

Fiamma non seppe contenere , or giaceSopra la rota e i voti altrui spaventa.

Ma se il caso di lui frena ogni audace ,

Non è però che i pregi tuoi non sentaPiù d’un’ alma gentil che adora e tace.

XXXVI.

PEL RITRATTO

BELLA SUDDETTA (a).

Ben ti conosco al venerando aspetto,

A i tratti egregi onde sorprendi e bùi,

Augusta madre mia , che fosti e seiSomma del mio pensier gloria e diletto.

Ma dove i baci, ove il soave al petto

Stringermi e il suon dell’alma voce e i beiDelti e i consigli che guidaro i mieiPrimi sensi e desiri al vero e al retto ?

Ove il continuo folgorar potente

De’ grandi esempi che rendean sì prestoL’animo a gir sull’orma tua lucente?

Ah vaneggiai! Subitamente desto

Dall’arte il cor fe’ lusingar la mente.

Madre, sci lungi: e un falso marmo è questo.

XXXVII.

PER CECILIA TRON

VENEZIANA.

( Grato srarpel, su questo marmo incidiIl fausto dì quando a’ mici lari apparse

(i) Ella scherzando disse che tutte le donne >toltane lei t avevano damante.

(3) Egregiamente scolpito da Giuseppe Franchi\ e da lei donato a sua fglia Teresa , duchessa di| Aosta j poi regina di Sardegna. E la figlia che parla.