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POESIE PIACEVOLI.
Ho visto epitalamj sì villani
Che starien meglio, il ciel me lo perdoni,Ne le nozze che fan tra loro i cani.
E non si potrebb’ ei d’altre cagioni
Trarre argomenti e non dar punto rettaA questi pensieracri gaglioffoni ?
Non si potrebbe andar per via più retta,
E a se stesso e a gli sposi far onore,Lasciando quel che a’bruti soli aspetta?
Io non gustai del maritale amore,
Però che giovinetto a la sua reteSan Pier m’ha cólto papa e pescatore.
Ma non di mcn, quantunque io mi sia prete,Vi porre* dir mill* altre belle cose ,
Senza toccar quelle che voi sapete.
Di buoni avvertimenti una gran doseE di preservativi un po* moraliIo dare* in vece a gli sposi e a le spose.
Direi : Non fate come gli animaliChe a pena terminato di trescareSono ancora nemici capitali.
Voi vi dovete, o sposi, sempre amare ,
Non già voltarvi in capo a pochi mesiL*una al servente e l’altro a la comare.
Voi dovete pensar che siete presi
A un laccio cui non può scior se non morte,Non già le male usanze de* paesi.
Direi : O sposo, la vostra consorteE una compagna datavi da Dio,
Che che le passìon dicano storte.
Frenate dunque il mobile desio
E fuor del vostro nido non scappate ,
Se non volete aver quel che dich* io.
Le vostre mogli trovami gelate
Le fredde notti dell* umido verno,
Fannovi il muso, e voi vi lamentate?
E voi, o sposa , abbiate buon governoDe le cose domestiche e de’ figli;
Però eh* e* son la ruota e voi il pei no.
Non ascoltate i malvagi consigliDell* interesse amico al vostro sesso,
Se non volete che al boccon vi pigli. __
Non v’abusate, come s’usa adessoDa’sposi sdolcinati che d’umanaLeggerezza dan nome ad ogni eccesso.
Ma ’l dir tai cose a voi e opra vana,
Signora Rosa mia, la quale il cetoLasciate in dietro de la plebe insana.
E ’l vostro gentil sposo vi tieu dretoPer quella via che voi segnate avanti,
Sol de la virtù vostra altero e lieto.
Ei non curò già quel che gl* ignorantiCuran ne le lor mogli solamente ,
Vale a dir la bellezza ed i contanti :
A queste cose non guardò niente,
Ben che n’aveste a dargliene in buon dato,Ma solo al bello de la vostra mente.
Sol per questo ei cercò d’avervi a lato;
E così dovria far chiunque ha senno,
Perchè sia ’l matrimonio allegro e grato.
E quel medesmo che di lui accennoIo lo dico di voi , sposa gentile,
A cui le passroo forza non fanno.
Voi come l’altre non foste sì vileChe a pena fuori uscite de* pupilliVaghe sono del genere maschile;
Ond’entran loro in capo certi grilliDi volere a ogni modo un bel maritoPria che la lor beltà caschi o vacilli.
Voi non aveste di beltà prurito ,
Ma sol congiunta a la virtù vi piacque,
Come sopra a un bel corpo un bel vestito.
Però è dover che sopra voi, com’ acque,
Le benedizlon piova□ dal cielo,
Sposi in che Amor cotanto si compiacque.
A me non lice penetrar nel veloDell’ avvenir , com’altri pari mieiChe hanno in corpo Elicona e Piodo e Dclo.Del resto anch’ io cinque figliuoli o seiPromettereivi alzando in aria i vanni,
E spiegherei lor toghe arme e trofei.
Dire’ che a gl’ Indi e a gli ultimi BritanniAndrà lor nome e che a sì tristo guajoFia che 1* odrisia luna il volto appanni.
Io non ve ne prometto pure un pajo :
Che voi ne abbiate a avere è facil cosa ;
10 per me ve ne priego un centinajo,
Pur che agguaglino il padre e la sua sposa
E sien di buona pianta buone frutte ;
Che quest'è, come ho letto in versi e in prosa,La benedizlon miglior di tutte.
V.
AL CANONICO CANDIDO AGUDIO.
Canonico , voi siete il padre mio,
Voi siete quegli in cui unicamenteMi resta a confidare dopo Dio ;
Voi siete quegli che pietosamenteM’ avete fino adesso mantenutoE non m’avete mai negato niente.
Io mi rimasi jeri sera muto
Per la vergogna del dovervi dire
11 tristo stato in cui sono caduto.
Dicolvi adesso: ch’io possa morire,
Se ora trovomi avere al mio comandoUn par di soldi sol , non che due lire.
Limosina di messe Dio sa quando
Io ne potrò toccare, e non c’ è un caneChe mi tolga al mio stato miserando.
La mia povera madre non ba paneSe non da me, ed io non ho danaroDa mantenerla al meno per domane.
Se voi non move il mio tormento amaro,
Non so dove mi volga ; onde costrettoSarò dimani a vendere un caldaro.
Per colmo del destino maladetto,
10 devo due zecchini al mio sartore,
Che già tre volte fu a trovarmi al letto.
D’un altro ancor ne sono debitore
Al calzolaro; oltre quel poi che ho verso
11 capitano debito maggiore.