POESIE PIACEVOLI.
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A gambo aperto col rivile all*aria,
Ed ella pronta al lato mio si corica ,
E mi fa certe carezzoccc amabili
Ch’i* sento andarmi tutto il core in succhio.
In su la sera poi ella dilettasiDi venirsene meco a pigliar ariaVerso la porta che conduce a Bergomo:
Onde n* andiamo adagio adagio , dandole
10 *1 braccio e lietamente discorrendola.
E vi so dir eh’ciré una bella giovane,
Ben tarchiata , ritonda e sì vermigliaChe la pare una mela propio propio.
Oh se vedeste come gfeene pèrdonoDietro gli occhi coloro che la guatano 1Principalmente que’ che sempre stanuosi
11 giorno intero a scriver ne gli studiiE tutti gli artigian che s’affaticanoNe le botteghe a far lor opre varie !
Nè solo i ricchi mercatanti e gli orafi,
Ma i facchini, i mugnaj, i pizzicagnoliE tutte queste razze la vorrebbono :
Or s’io n’ ho' la ragion , consideratelo ,
E se con una compagnia si nobilePoss’io trovar una buon’otta a scrivere.
Or eh’ io son certo che perdoneretemi ,
Non occor ch’io mi fermi in altre chiacchiere5Che già fatta ho un’agliata arcigrandissima.
Ma gnaffe , niesser no , tacer non voglio ,
E intanto che la musa in testa frugamiVo* cicalar fin che mi pare e piacerai,
Poi che a la fine tanto se ne saA mangiarne uno spìcchio quanto un aglio.
Or dite, signor mio, come passatela ?
Si va a spasso, si gode, o pur sì studia ?Sopra i libri ci vien suso la polvere ,
O si rompon leggendoli o si stracciano ?
Ho inteso dire che l’avvento prossimoHa a toccare a voi a far le prediche.
Bravo, bravo ! studiate , affaticatevi,
E *1 sapere eh’ avete in quel cocuzzoloMettetelo in palese , dimostrateloE sgridate i villani e convertiteli.
Ma l’ora è tarda, e ’l nostro messcr PagoloM’aspetta presto a casa con la lettera,Iddievidielbondie , signor Fantastico;
Vi fo una sberrettata profondissimaE vi bacio la mano dottorevole.
PROLOGO (i).
Egli c pur ver ciò che sul frontespizioD un taccuino del signor canonicoMio zio lessi una volta. Quivi dicesiChe a qualche cosa serve qual si vogliaCosa j e che questo detto sia verissimoIo 1* ho sperimentato in me medesimo.
(l) Detto in un* accademia di geografia da unnipote del canonico Candido Agudio: pativa queglidi artritide.
Panni, Opere.
Sapete to’ i miei casi, o cortesissimi
Signori miei ? Oh I io sono un compendioDi maraviglie , vedete , un emporioDi stravaganze. Ditemi di grazia :
E a che credete vtfi che servir possanoLe gotte o sia quel mal che gotta arteticaChiamasi più comunemente? A vivere,Risponderete voi, sempre in continovcDoglie , a star li confitto in su’na seggiolaSenza moversi mai. Eh ! perdonatemi,
Che può servire a tutt’ altro nc gli uominiCotesto male. Egli m’è stato socioFido ed amico nel corso di vaniGiorni e di varie notti : e stato è causaCh’io abbia fatto i lontani e lunghissimiViaggi ch’io ho fatto. E come ? a ridereVoi vi ponete , quasi fosser favoleQuelle ch’io conto? Affé che quasi in colleraVoi montar mi fareste. Sì, l’ItaliaIo l’ho veduta tutta e la GermaniaE il Portogallo e la Spagna e la GalliaE tutta Europa iu somma. Anzi, che dicovilo dell’Europa tutta? Ed Asia ed AfricaHo veduto ed America. Or , se piacevi,
Mi domandate di quali provincieSia composto ogni regno ; e quai più celebriCittà vi sieoo ; e che cosa significhiStretto, istmo, golfo, seno, promontorio,
E capo e baja ed isola c penisolaE quant’altro vi par; che tosto udretemiRisponder franco più ebe non potreblieviRisponder Pietro de la Valle o il celebreDottor Gemelli, i quali viaggiaronoPiù tempo assai di me. Ma il più bel pregioDe’ miei viaggi è , che senza un incomodoAl mondo e quasi dissi senza movermiE seni* alcun periglio e senza spendereHo scorso tutto il globo ampio terracqueoIn mcn d’un mese; c non di meno caricoIo ritornai d’infinite notizie:
Che non credeste eh* io sia ito in vaniPaesi e terre a la guisa che soglionoI bauli che seguono le sedieDe’ viandanti e nulla mai non veggonoE nulla imparan mai e a casa tornanoBauli come pria. Ma, a quel che sembrami »Voi non credete queste mie fandonie :
E tempo è ornai di cavarvi d’imbroglio.
Io ho voluto finora un po’ prendermiGioco di voi ; ma ora la coscienziaRimorderai d’avervi dato a bevcreNon dirò una bugia ma una metaforaO un’allegoria de la rcttorica :
E per ciò credo che sia mio debitoDi spiegarvcla chiara. Aduuque siaviNoto che quando vennemi ad afflìggere,Gìovìue com’ io soq , la gotta artetica,
Per sollevarmi un poco da la dogliaE da la noja di quel male , diedimiA studiare un poco sopra un piccoloLibretto geografico ; ed in simileGuisa mi vendicai di quello stranio
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