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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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POESIE PIACEVO!.!.

Mal che volea rapirmi a i dolci sludii.

Or voi m'interrogate: io col rispondereVi mostrerò se da guerriero strenuoVendicato mi sia del poltronissimoMal de le gotte : e voi così deciderePotrete poi s'io sappia o pur non sappiaCon tanti studj da qual parte levisiIl sole, come dicesi in proverbio.

SERMONI.

IL TRIONFO DELLA SPILORCERIA.

Io men già tutto sol pensoso e stanroGià di cercare al mio compor soggetto;Quand’io posai su l’erba il debil fianco.

Ed ecco sopra un carro d'oro elettoUna donna venir per la campagnaDi panni sbricia e magherà d’aspetto.

Dietro a colei vid’io una turba magnaDi genti d'ogni clima e d’ogni guisaChe l'assomiglia insieme e l'accompagna.

Era la vista mia del tutto fisaA mirar la gran calca che venia;

Quando un gran raglio mossemi le risa.

Io mi volsi a guardar là donde usciaRaglio siffatto ; e duo mulucce io scòrsiCondur quel carro e zoppicar per via.

Levaimi da sedere e quivi io corsi :

Ma ognuno intorno a se lo stuol diradaCacciandosi la fame a calci e a morsi.

La donnicciuola in su quel carro agghiada :

E ben che sia di quel popol signora,

Par che non mangi mai fieno nè biada.

Ella guardasi intorno ad ora ad ora,

Com’ uom che teme di smarrir qualcosaE tutto ha in copia e pur vorrebbe ancora.

Spesso, appoggiata a un hastoncel, pensosaStassi contando in su le dita , e spessoIl riso accenna e rider poi non osa.

Sorgea un'insegna in sul bel carro istcssoOve colui che nell'inferno giacqueIn mezzo all* onda è a maraviglia espresso :

E scrìtto in su 'n rartel, come a lei piacque ,Col puntai d'una lesina appiccato:

Tantalo sitibondo in mezzo all'acquc.

Letto eh' i* ebbi i' mi guardai da un lato,

E vidi un uom che d'avacciar procuraCon in dosso un sajon roso e intignato.

Quand’ io ’1 vidi costui, femmi paura,

Che a mostrar la miseria e la grettezzaQuesta è la vera e naturai figura.

Egli appiccato a gli omeri ha una pezzaDi ferrajuol che con un fil di spagoAvanzato a le scarpe ognor rappezza ;

E un sudicio cappe] che con un ago

Da due bande ei tien ritto, c all’altro cantoLeggiadramente ir lascia err.mte c vago.

Ad un amico mio simil cotanto

Era costui che, fiso in quell'inganno,

Fecimi accosto e l'accliiappai pel manto.

Se '1 ciel ti guardi ognor da rio malanno ,Dimmi, Spizzeca mio, chi è costei,

Dissi, e color che dietro a lei sen vanno ?

Ed ei rivolto a me disse: Chi sei?

I Avverti che in iscambio tu m’hai cólto;Quegl’ io non son che tu creder mi dèi.

Ma da poi eh' io li veggo scritto in voltoQuanta il tuo core ha di conoscer bramaLa trionfante donna e '1 popol folto ,

E io dirolti in brieve : Ella si chiamaSpilorcerìa ; e gli spilorci sonoChe seguitan colei per la gran lama.

Appena i' udii del mio maestro il suonoCh’i' fccimi a guardare attentamenteQue’ de lo stuol, tutto in lor fiso e prono ,Sol per veder s’alcuno in fra la genteIo ci conosco ; e ne conobbi assai,

E vidici fra gli altri un mio parente.

Ma la mia scorta disse : Attendi ornaiQue' che in spilorcerìa fur più famosiE di cui conoscenza tu non hai.

A guardare a’ suoi cenni allor mi posi.

EÌ disse: Vedi quel che gli occhi acutiLevar dal carro d'or par che non osi?Dimmi chi è colui, se Iddio ti ajuti,

• Diss'io; ed egli a me: Quegli è EuclTone,

1 Che chiaro è ne’latin comici arguti.

1 Ecco il soffietto al collo ha ciondolone ;

E perchè '1 fiuto in van non mandi funrc ,

A la bocca il turacciolo gli pone.

Mira la coppia di que' due che onore

Hanno da ognun passando : uno è Giuliano,E l’altro è Sergio Galka imperadore.

Irato ha questi lo stidione in manoPer foracchiare la ventraglia al cuocoChe a certi ambasciador fu troppo umano.

I E quegli la basoffia che dal fuoco

A pena è tolta mangia e un’insalataChe ha de lo aceto assai, dell’olio poco.

Sai d* una lepre che gli fu donata

E d'un porcel che a tutta la sua corteHan per tre di la mensa apparecchiata.

Io stavami qual uom che teme forteNo ’I compagno gli ficchi una carota ,Ornando il falso con maniere accorte;

Quando il buon duca mio mi disse: NotaColui clic viene ; e innanzi un mi si feceI Che arca incavata l'una e l'altra gota.

I Tinto è costui de la medesma pece :j Ei mangiò al desinar la canie straccaE una minestra sua di rìso e cece.

Chiamossi Pertinace; e a lui s'attaccaChi messe la gabella in su l'orina ,

Del cui donar non gli putien le sacca,i Presso a lui ne vien quel di Cascilina.

Mai non fu di costui maggior spilorcioDa che ’1 fuoco va’n su, l'acqua a la china.Ei di vita ridotto in su lo scorcio,

■j D'assedio e fame si morio più tosto,