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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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POESIE PIACEVOLI.

Mu vendè per danar l'unico sorcio.

Chi è colui che se ne vien discostoDa gli altri, tinto il sen di sangue o d’ostro?I' dissi al mio maestro ; ed ei i>en tosto :

Egli è Caton famoso in ogni inchiostroChe prestò altrui per ór la sua mogliere ;

E d’esempi non manca il secol nostro.

Anco Dionisio tu ci puoi vedereChe i peli si bruciò col moccolinoPer avanzar la mancia del barbiere.

Ecco Ermon, che d'aver speso un quattrinoSogna la notte; e sì la doglia il fiedcChe ad una trave impiccasi il mattino.

Ermocrate , che fe’ se stesso erede ;

Ed Occo re , che, per non dare altrui,

Non pose mai fuor di sua casa il piede.

Si come il fanciullino che con duiOcchi guarda nel viso a la nutriceChe le sue fole va contando a lui;

Ed ei, che crede il ver quel eh’ ella dice,

Ora si duole, or ride / or face altr’atlo,Secondo il dir di lei tristo o felice :

Tal io nè movo piè nè ciglia batto ,

Al dire, a i cenni de) mio duca intento.

Ed eccoti venire un altro matto.

Presso la turba ei si conduce a stento.

Quegli è Àlmeone, allor disse il mio duca;

E '1 don di Creso fallo andar sì lento.

Ei s'è ficcato l'or fin su la nuca,

Sotto a la cuffia e dentro a le brachesse,

In mano, in grembo e dove si manuca.

Mira il gallico re che '1 sarto elesse

In proprio araldo e a un medico furfanteL'ufficio in sin di cancellier commesse ,

Com’ or spesso un granitico ignoranteFan servir certe pittime cordialiIn un di segretario e di pedante.

Egli scrisse le sue spese giornali :

Tanto per rattoppare una pianella ;

Più per aver fatt'ugner gli stivali.

Cotanto egli ebbe il granchio a la scarsellaChe tu ci puoi veder l’un conto accesoE quell’ altro dannato a serpicella.

Ma basti di costui quel che n'hai ’nteso ,

Disse il mio duca ; e pria che '1 tempo accorci ,Attendi Alfonso re eh’ or tei paleso.

A’sudditi ingrassar fece i suoi porci:

Cosi toccava un tempo al buon vassalloDi mantenere i principi spilorci.

Vien Carlo Malatesta, s' io non fallo ,

Che al suo coppier che un bicchier ruppe a casoQuasi far fece in campo azzurro un ballo.

Poco dietro a costui quegli è rimasoChe per amor dell’olio i lumi in chiesaA spegner si levò dopo l'occaso.

Seco è colui che pur Ja notte attesa,

Scendendo ne le stalle , a' suoi famigliCiuffava il fieri per avanzar la spesa.

Ma scorto alfin da'vigilanti cigliAl bujo e sol, di sudice percosseIn su i panni toccò ricchi e vermigli.

I chiesi a la mia guida onde mai fosse

Clic coslor due e gli altri di lor sellaHan la spilorceria fitta nell’osse:

Ma egli mi rispose: Amico, ho fretta.

Ed io soggiunsi a lui : Ombra benigna ,

Di sapere il tuo nome mi diletta.

Ed ei rispose: I’ son chiamato il Tigna,

! Che grande uccellator fui di tabacco.

' Io gliene do una presa; ed egli svigna.

; Sì di mirar sazio non già, ma stracco ,

Privo dell' alta vislou son ora :

| Ma quand’io miro al secolo vigliacco,

Panni veder quel bel trionfo ancora.

i

n.

LA MASCHERA.

Lascia gracchiare a questi baciapileChe voglion pur che il mascherarsi siaUna cosaccia disonesta e vile.

Questo per me cred’ io che bene stiaA laici, a preti, a monache ed a frati,

| E finalmente a chiunque si sia.

^ Lasciamo star che 1* andar mascheratiNon offende nè il ciel nè la natura,

Come voglion gl' ipocriti sciaurati.

Non ci fu diva sì innocente e puraO nume nel celeste concistoroChe non volesse un di mutar figura.

Nel dolce tempo dell'età dell'oro,

Leggete Publio Ovidio sulmonese ,

Chi si vestia da vacca e chi da toro.

I Comuni avean c letto e mensa e spuuej Sotto una quercia un dio e un mortale' In que’ bei giorni eh’ cran lunghi un mese.! Quel secol se non era adatto eguale ,

|{ Ne la comunione almen de i beni

I Si somigliava al nostro carnevale.

E in que'bei di che sempre eran sereniI. Comparien fuora certe mascherateC Che non fur mai spettacoli più ameni.

] borse eh'eran di quelle fagiolatei Che nulla non significati alfine

^. E che ora piaccion tanto a le brigate ?

lj Egli cran quelle maschere divine

Sì fatte che coprivano al di drentoj Cose misteriose e pellegrine,

i ' Yestivansi tal volta in un momentojl Da animali di sì varia schiatta

II Che capir non potrieno in un convento,i Vedete se la gente era ben matta

j Che fino a Diana vergine beghinaj Si trasformò una volta in una gatta.

| K il dio barbato de la medicina,

; Ch'era un dottor dabben, comparve fuoreI Mascherato da bestia una mattina,ì Deh come il mondo ognor cangia tenore!

Già i dottor si vesticno da animali,

E gli animali or veston da dottore.

Ma il padre Giove d'abiti cotali

Sempre più eh' altri mai ebbe dilettoE ogni dì mutava piviali.