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POESIE PIACEVOLI.
Mu vendè per danar l'unico sorcio.
Chi è colui che se ne vien discostoDa gli altri, tinto il sen di sangue o d’ostro?I' dissi al mio maestro ; ed ei i>en tosto :
Egli è Caton famoso in ogni inchiostroChe prestò altrui per ór la sua mogliere ;
E d’esempi non manca il secol nostro.
Anco Dionisio tu ci puoi vedereChe i peli si bruciò col moccolinoPer avanzar la mancia del barbiere.
Ecco Ermon, che d'aver speso un quattrinoSogna la notte; e sì la doglia il fiedcChe ad una trave impiccasi il mattino.
Ermocrate , che fe’ se stesso erede ;
Ed Occo re , che, per non dare altrui,
Non pose mai fuor di sua casa il piede.
Si come il fanciullino che con duiOcchi guarda nel viso a la nutriceChe le sue fole va contando a lui;
Ed ei, che crede il ver quel eh’ ella dice,
Ora si duole, or ride / or face altr’atlo,Secondo il dir di lei tristo o felice :
Tal io nè movo piè nè ciglia batto ,
Al dire, a i cenni de) mio duca intento.
Ed eccoti venire un altro matto.
Presso la turba ei si conduce a stento.
Quegli è Àlmeone, allor disse il mio duca;
E '1 don di Creso fallo andar sì lento.
Ei s'è ficcato l'or fin su la nuca,
Sotto a la cuffia e dentro a le brachesse,
In mano, in grembo e dove si manuca.
Mira il gallico re che '1 sarto elesse
In proprio araldo e a un medico furfanteL'ufficio in sin di cancellier commesse ,
Com’ or spesso un granitico ignoranteFan servir certe pittime cordialiIn un di segretario e di pedante.
Egli scrisse le sue spese giornali :
Tanto per rattoppare una pianella ;
Più per aver fatt'ugner gli stivali.
Cotanto egli ebbe il granchio a la scarsellaChe tu ci puoi veder l’un conto accesoE quell’ altro dannato a serpicella.
Ma basti di costui quel che n'hai ’nteso ,
Disse il mio duca ; e pria che '1 tempo accorci ,Attendi Alfonso re eh’ or tei paleso.
A’sudditi ingrassar fece i suoi porci:
Cosi toccava un tempo al buon vassalloDi mantenere i principi spilorci.
Vien Carlo Malatesta, s' io non fallo ,
Che al suo coppier che un bicchier ruppe a casoQuasi far fece in campo azzurro un ballo.
Poco dietro a costui quegli è rimasoChe per amor dell’olio i lumi in chiesaA spegner si levò dopo l'occaso.
Seco è colui che pur Ja notte attesa,
Scendendo ne le stalle , a' suoi famigliCiuffava il fieri per avanzar la spesa.
Ma scorto alfin da'vigilanti cigliAl bujo e sol, di sudice percosseIn su i panni toccò ricchi e vermigli.
I chiesi a la mia guida onde mai fosse
Clic coslor due e gli altri di lor sellaHan la spilorceria fitta nell’osse:
Ma egli mi rispose: Amico, ho fretta.
Ed io soggiunsi a lui : Ombra benigna ,
Di sapere il tuo nome mi diletta.
Ed ei rispose: I’ son chiamato il Tigna,
! Che grande uccellator fui di tabacco.
' Io gliene do una presa; ed egli svigna.
; Sì di mirar sazio non già, ma stracco ,
Privo dell' alta vislou son ora :
| Ma quand’io miro al secolo vigliacco,
Panni veder quel bel trionfo ancora.
i
n.
LA MASCHERA.
Lascia gracchiare a questi baciapileChe voglion pur che il mascherarsi siaUna cosaccia disonesta e vile.
Questo per me cred’ io che bene stiaA laici, a preti, a monache ed a frati,
| E finalmente a chiunque si sia.
^ Lasciamo star che 1* andar mascheratiNon offende nè il ciel nè la natura,
Come voglion gl' ipocriti sciaurati.
Non ci fu diva sì innocente e puraO nume nel celeste concistoroChe non volesse un di mutar figura.
Nel dolce tempo dell'età dell'oro,
Leggete Publio Ovidio sulmonese ,
Chi si vestia da vacca e chi da toro.
I Comuni avean c letto e mensa e spuuej Sotto una quercia un dio e un mortale' In que’ bei giorni eh’ cran lunghi un mese.! Quel secol se non era adatto eguale ,
|{ Ne la comunione almen de i beni
I Si somigliava al nostro carnevale.
E in que'bei di che sempre eran sereniI. Comparien fuora certe mascherateC Che non fur mai spettacoli più ameni.
] borse eh'eran di quelle fagiolatei Che nulla non significati alfine
^. E che ora piaccion tanto a le brigate ?
lj Egli cran quelle maschere divine
Sì fatte che coprivano al di drentoj Cose misteriose e pellegrine,
i ' Yestivansi tal volta in un momentojl Da animali di sì varia schiatta
II Che capir non potrieno in un convento,i Vedete se la gente era ben matta
j Che fino a Diana vergine beghinaj Si trasformò una volta in una gatta.
| K il dio barbato de la medicina,
; Ch'era un dottor dabben, comparve fuoreI Mascherato da bestia una mattina,ì Deh come il mondo ognor cangia tenore!
Già i dottor si vesticno da animali,
E gli animali or veston da dottore.
Ma il padre Giove d'abiti cotali
Sempre più eh' altri mai ebbe dilettoE ogni dì mutava piviali.