POESIE PIACEVOLI.
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Un giorno di torel prese l'aspettoPer ire a visitar certa donzellaFiglia d* un re che Agenore era detto.
Egli avea lunga coda e gamba snellaE una coppia di corna in su la testaCh'altro dìo non portò mai la piu bella.
Trovossi anco una volta ad una festaImmascherato ad un modo più strano;
Da becco egli s*avea messo la vesta :
E vuole un certo autor greco o romanoChe madonna Giunon ch’era sua moglieIl vestisse quel di di propria mano.
Talor partì da le celesti soglie
Travestito da cigno, eh’ è un uccelloChe lungo il collo ed ha bianche le spoglie.
Ma così andando a zonzo in sul più belloFu spennacchiato da una certa Leda ,
Che uè lo mandò via senza mantello.
10 non voglio però ch’altri si creda
Ch’ ei d* animale ognor vestisse a foggiaQual par che da per tutto oggi si veda.
Ser Giove avea d$! bei trovati a moggia.
Forse falso parrà quel ch’io vi narro,
Ma egli un dì si mascherò da pioggia.
Di pioggia d’oro ei feeesi un tabarro.
Questo vestilo mal si potria direQuanto sembrasse altrui novo e bizzarro.
Bastivi ’1 dir che la figlia d’un sire,
Danae nominata , il vide a penaChe se ne volle anch’essa ricoprire.
Mal fu per un che mentre si dimenaAstratto per comporre una canzoneFecevi un sette a putito ne la schiena.
Perchè Giove gli disse: O mascalzone,
Non vedi tu che fai ? or ora imparaA starli un po’ lqntan da le persono.
Poi che tu guasto m’hai cosa sì caraAd ogni donna, a voi vati da poroSia sempre la fortuna d’oro avara :
E se per caso ne avanzaste un poco
Con Stento e sudor, venga e vel fogliaLa crapula, l’amore, i ladri o il gioco.
Nè la reina Giuno ebbe men vogliaDi quella che l’avesse il suo maritoDi mascherarsi con diversa spoglia.
Ella comparve un giorno a un convito,
E certe nuvolette trasparentiÀvevanle formato un bel vestito.
Con la forza de’ suoi raggi lucenti
Il sol questo bel drappo avea formato,
E sartor n’era stato il dio de i venti.
11 quale abito altrui tanto fu grato
Che fu per farle un alto indegno e crudoUn certo che Issinone era chiamato.
Ma si difese dal furor del drudoGiunon con quella nuvola leggera :
Or mirate che diavolo di scudo i
Maschcrossi da vecchia anco una sera,
Lo che fu giudicato una gran cosaPer una donna come Giunon era.
Qui nel margin però dice una chiosaChe da forte ragion fu a ciò costretta;
E fu che del marito era gelosa.
Ma l’olio ormai e l’opera si getta
Seguitando a provar pur che a nessunoLa maschera non debl>e esser disdetta.
Se la maschera piare a Giove, a GiunoE a tutti gli altri dei, lascia gracchiareChi a pancia piena predica il digiuno,
E seguitidiici pure a mascherare.
III.
IL TEATRO.
Or ecco il rarnesciale; e in qual dell’annoStagione, o musa mia, io parlo teco,Spropositi maggior gli uomini fanno ?
Bacco or va intorno : Io spumoso grecoIVe 1* agita bollendo ; e ’1 sen gli sferzaVener ch’ignuda e calda il figlio ha seco.
Seguelo il volgo trionfando e scherza.
Scherzi il volgo profano; e noi fra tantoDe* satirici carmi opriam la sferza.
Ma a chi volgerci in prima od a qual canto,Se aizzan tutti, or che ciascuno impazza,L* aspro ridente Venosino al canto ?
Entrercm noi su l’ondeggiante piazzaA veder le magnanime tenzoniDell’insubre di Brcnno inclita razza?
Brìarei i fanciulli e Gcrfoni
Fansi a raccor la pubblica treggea ,
Ch’è in vece d’arme a’fervidi campioni.
Ma noi uon già de la pazzia plebea
Frustiam le spalle: andiam là’ve s’adunaE la ricca e la nobile assemblea.
Andianccnc al teatro: ora mai l’unaOra è di notte : quivi ’l camoscialeGli spropositi suoi tutti raglina.
Odi ’l romor de* cocchi universale
Che van precipitando in ver la corteDal cocchicr spinti e dal padron bestiale.
Eccoci del teatro in su le porte:
Vedi’l portier con minacrevol fronte,
Chè le pubbliche lance il rendon forte.
Non parti ’l cello del crudel CaronteChe l’obolo a le vote anime cbìeggnSu la riva dell’ultimo Acheronte?
Entriam; ma fa ben poi che tu ti reggaIncontro all’ira; e il periglioso a direSol nel volto sdegnoso altri ti legga.
Entriam dopo costui che tanto a uscireSta di carrozza, e seco al fianco valliL’altrui moglie ch’egli ha tolto a servire.
Il marito aspettando a casa stalli ;
E de la mcllonaggin del maritoRidono i consapevoli cavalli.
Stimasi oggi un error d’esser punito,
Non che da tinger per rossor le guance,Veder lo sposo a la sua moglie unito.
O Aslrea , o Aslrca, nimica de le mance,Che sci scappata di qua giuso al cieloPer non avere il tratto a le bilance,
Scendi or dì nuovo; chè non pure il pelo