POESIE PIACEVOLI.
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Cangia il mondo a la fin, ma tuttaviaCacciane i vizj di virtù col telo.
Quella peste chiamata gelosia
Pur se l’è cólta; e l’adulterio atroceScn fugge ornai per la medesma via.
Però che all’uom più non incresce o nuoceSopra gli altri apparir con quel cimieroCh’ ebbe a tempi più rei sì mala voce.
Ma già siam dentro , o musa : il bel severoContegno verginal pon giù e spalanca,
Benché così modesta , i lumi al vero.
Vedi qual ampio sorge a destra e a mancaEdilizio sublime : il fulgìd’auroDel vario ordin de* palchi il guardo stanca.
Vide a pena Quirin tanto tesauroSparso ne’ suoi teatri allor eh* edileFu di Siila il figliastro Emilio Scauro.
Forse per udir qui l’ornato stile
Di Tullio o di Maron credi che strettaStia tanta femminil turba e virile ?
Musa , non già. Qui sol, musa , s’aspettaUn fracido castron che a* suoi belali11 folto stuol de' baccelloni allctta.
Ecco s’apre la scena: ecco da i lati
Utica s’erge; e in faccia al suo periglioEsce il fiero Caton con pochi armati.
Se gli scorge sul volto il gran consiglio;
E la cadente libertà di RomaTutta gli siede in sul rigido ciglio.
Cesar ne vien , che la superbia domaVuol di costui : pur se gli legge in visoQual sostenga di cose altera soma.
Ma tu, musa, pur vuoi scoppiar dal risoAl mio parlar, reggendo ad amendueDi biacca il muso e solimato intriso.
Conterresti però le risa tue,
Stu vedessi la Lisa spettatrice
Che ha ’l corpo a gola e portane alrncn due :
Onde il rigor de’ roman volti or liceCo’ minj ornar, perch’ atterrito il sangueNon le corra con urto a la matrice.
Però vedrai Caton fra poco esangueCantar morendo. Il popol tenerinoTroppo a le doglie altrui s’agita e langue.
Che importan leggi al poeta meschino,
Pur che quel poco alfin vada buscandoChe avanza a Farinello e a Carestino (i) ?
Ma vaglia il vero, o musa, or come , or quandoFu serbato il decor meglio e ’l costume,
Se gl’impavidi croi muojon cantando?
Piace a Cornelia vecchia il sucidumcDel sopran floscio, e lodalo a la figliaCon quanta ella può mai forza ed acume :
Ma la figlia vuol altro : ella si appigliaDell’amante a la destra, e l’empio focoTremulo le balena in su le ciglia.
Ella sente scaldarsi a poco a poco,
E stuprator* de la già salda mente
Fansi gli obi detti, il suono, il canto e’l loco.
\ ed’ella già ne la platea fervente
(l) Castroni.
Sconosciute arrivar donne e donzelleGiunte co’ vaghi lor procacemente.
Dan le maschere ardir ; sotto di quelleFrate Uguccion che dal convento scappaCopre il rossor di pizzicar le belle.
E, mentre per veder chi ’l cor gli arrappa,Levas’ in piedi e con chi è dopo alterca ,
Casca improvviso al poverin la cappa.
Ben di raccorla in un baleno ci cerca ;
Ma già tutto fischiando il gran teatroVede apparir la mascherata cherca.
Musa , dirà talun che di tropp’ atro
Fiele ingombro i mici versi : ed ci sei dica ;Ciò sol m’incresce che a la luna io latro.
E chi si duol de la salubre ortica?
Solo il cui vergognoso ; e così i tristiA le punture altrui montano in bica.
Debb’io tacer però che spesso mistiAnzi allacciati in un con Clori e FilliI vezzosi ahatin giugner ci ho visti ?
E grondar tutti di odorose stilleCo’ maniebetti candidi d’ OlandaE i rìcci in su la testa a mille a mille ?
La verità vuol ir per ogni Landa :
E correttrice satira non ave
Riguardo al servo o a quel pur che comanda.
Ben rìde de lo sparmio lungo e graveDe la moglier del Gìsca refajuoloSol per comprar d’un seggiolin la chiave;
Ma s'arma d’un acuto punteruolo
Contro a chi per aver palchetti e cocchiFa di se stessa abbominevol nolo.
E chi rattienmi sì eh’ io non iscocchiContro a gli avari diversorj un mottoOv’ è piacer sovente altro che d’occhi ;
O contro all’ esecrabile ridotto
Là dove un uomo ricco sfondolatoSur una carta spiantasi di botto ?
Per dio! meglio saria, musa, ch’entratoIo non ci fossi mai, però eh’ in trovoMateria da mici versi in ogni lato.
Ben vedi quante qui, come in lor covo ,
Si stanno scclleraggini raccolte;
Ma non ccrchiam di grazia il pel nell’ uovo :
Ridiam soltanto de le varie e folteMaschere che co’ lor strani capricciPar che dato al cervello abbian le volte.
Quanti vedrai spropositi massicci !
Quanti birboni av\iluppati in ostri !
E in pelle di Itone oh quanti micci t
Ma bene sta che fuor non ne dimostri
L’abito il cor; pòi che troppo gran parcoNoi vedremmoci aver d’ orridi mostri.
Del poeta ridiam che fatto un ureo
Ha de la bocca e gonfi ha gli ocelli a puntoQual chi di troppo duol cede all* incarco.
Ei leva ambe le mani e ’l viso smuntoAl ciel pietosamente; e così chiama:
Odi, Apollo, il tuo servo ornai consunto.
Dunque tu crei, per adempir la bramaSol de’canori sozzi avidi lupi,
La tua possente ognor fulgida lama.