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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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POESIE PIACEVOLI.

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Cangia il mondo a la fin, ma tuttaviaCacciane i vizj di virtù col telo.

Quella peste chiamata gelosia

Pur se l’è cólta; e l’adulterio atroceScn fugge ornai per la medesma via.

Però che all’uom più non incresce o nuoceSopra gli altri apparir con quel cimieroCh’ ebbe a tempi più rei sì mala voce.

Ma già siam dentro , o musa : il bel severoContegno verginal pon giù e spalanca,

Benché così modesta , i lumi al vero.

Vedi qual ampio sorge a destra e a mancaEdilizio sublime : il fulgìd’auroDel vario ordin de* palchi il guardo stanca.

Vide a pena Quirin tanto tesauroSparso ne’ suoi teatri allor eh* edileFu di Siila il figliastro Emilio Scauro.

Forse per udir qui l’ornato stile

Di Tullio o di Maron credi che strettaStia tanta femminil turba e virile ?

Musa , non già. Qui sol, musa , s’aspettaUn fracido castron che a* suoi belali11 folto stuol de' baccelloni allctta.

Ecco s’apre la scena: ecco da i lati

Utica s’erge; e in faccia al suo periglioEsce il fiero Caton con pochi armati.

Se gli scorge sul volto il gran consiglio;

E la cadente libertà di RomaTutta gli siede in sul rigido ciglio.

Cesar ne vien , che la superbia domaVuol di costui : pur se gli legge in visoQual sostenga di cose altera soma.

Ma tu, musa, pur vuoi scoppiar dal risoAl mio parlar, reggendo ad amendueDi biacca il muso e solimato intriso.

Conterresti però le risa tue,

Stu vedessi la Lisa spettatrice

Che ha ’l corpo a gola e portane alrncn due :

Onde il rigor de’ roman volti or liceCo’ minj ornar, perch’ atterrito il sangueNon le corra con urto a la matrice.

Però vedrai Caton fra poco esangueCantar morendo. Il popol tenerinoTroppo a le doglie altrui s’agita e langue.

Che importan leggi al poeta meschino,

Pur che quel poco alfin vada buscandoChe avanza a Farinello e a Carestino (i) ?

Ma vaglia il vero, o musa, or come , or quandoFu serbato il decor meglio e ’l costume,

Se gl’impavidi croi muojon cantando?

Piace a Cornelia vecchia il sucidumcDel sopran floscio, e lodalo a la figliaCon quanta ella può mai forza ed acume :

Ma la figlia vuol altro : ella si appigliaDell’amante a la destra, e l’empio focoTremulo le balena in su le ciglia.

Ella sente scaldarsi a poco a poco,

E stuprator* de la già salda mente

Fansi gli obi detti, il suono, il canto e’l loco.

\ ed’ella già ne la platea fervente

(l) Castroni.

Sconosciute arrivar donne e donzelleGiunte co’ vaghi lor procacemente.

Dan le maschere ardir ; sotto di quelleFrate Uguccion che dal convento scappaCopre il rossor di pizzicar le belle.

E, mentre per veder chi ’l cor gli arrappa,Levas’ in piedi e con chi è dopo alterca ,

Casca improvviso al poverin la cappa.

Ben di raccorla in un baleno ci cerca ;

Ma già tutto fischiando il gran teatroVede apparir la mascherata cherca.

Musa , dirà talun che di tropp’ atro

Fiele ingombro i mici versi : ed ci sei dica ;Ciò sol m’incresce che a la luna io latro.

E chi si duol de la salubre ortica?

Solo il cui vergognoso ; e così i tristiA le punture altrui montano in bica.

Debb’io tacer però che spesso mistiAnzi allacciati in un con Clori e FilliI vezzosi ahatin giugner ci ho visti ?

E grondar tutti di odorose stilleCo’ maniebetti candidi d’ OlandaE i rìcci in su la testa a mille a mille ?

La verità vuol ir per ogni Landa :

E correttrice satira non ave

Riguardo al servo o a quel pur che comanda.

Ben rìde de lo sparmio lungo e graveDe la moglier del Gìsca refajuoloSol per comprar d’un seggiolin la chiave;

Ma s'arma d’un acuto punteruolo

Contro a chi per aver palchetti e cocchiFa di se stessa abbominevol nolo.

E chi rattienmi sì eh’ io non iscocchiContro a gli avari diversorj un mottoOv’ è piacer sovente altro che d’occhi ;

O contro all’ esecrabile ridotto

Là dove un uomo ricco sfondolatoSur una carta spiantasi di botto ?

Per dio! meglio saria, musa, ch’entratoIo non ci fossi mai, però eh’ in trovoMateria da mici versi in ogni lato.

Ben vedi quante qui, come in lor covo ,

Si stanno scclleraggini raccolte;

Ma non ccrchiam di grazia il pel nell’ uovo :

Ridiam soltanto de le varie e folteMaschere che co’ lor strani capricciPar che dato al cervello abbian le volte.

Quanti vedrai spropositi massicci !

Quanti birboni av\iluppati in ostri !

E in pelle di Itone oh quanti micci t

Ma bene sta che fuor non ne dimostri

L’abito il cor; pòi che troppo gran parcoNoi vedremmoci aver d’ orridi mostri.

Del poeta ridiam che fatto un ureo

Ha de la bocca e gonfi ha gli ocelli a puntoQual chi di troppo duol cede all* incarco.

Ei leva ambe le mani e ’l viso smuntoAl ciel pietosamente; e così chiama:

Odi, Apollo, il tuo servo ornai consunto.

Dunque tu crei, per adempir la bramaSol de’canori sozzi avidi lupi,

La tua possente ognor fulgida lama.