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POESIE PIACEVOLI. 8?
E fa motto al compagno per eh* e* guatiUno che ha la pazzìa per sua sirocchia.
E in fine odi gridar da tutti i latiChe ’l volere studiar lettere umaneEgli è a punto un mcstier da sfaccendati ;
Che voglionsi lasciar cose si vane;
E eh* a fama immortale e non oscuraDessi anteporre il procacciar del pane.
Cosi contro di noi le bocche sturaLa turba di color che a* giorni nostriHanno posta nel fango ogni lor cura.
À bestiacce malvage , a feri mostri
Destina in tanto il vulgo e a gente trista1 begli applausi e i lodatori inchiostri;
A un bacchetton che pare un santo in vistaE bindoli fa poi degni di forcaCon un empio pensar marchìavellista ;
A un dottorello che le leggi storca ,
Onde poi coll* altrui se ne va in cocchioE polli e starne a la sua mensa inforca ;
Anzi a un tinto musin che , con un occhioChe mover non si può dentro a la biacca ,L’anima infilza al guardator capocchio.
Quale stupor però^ s’ ognun si stracca
De lo studiar, poi che niun premio trovaE non ha chi lo stimi una patacca ?
E che la bile che nel sen mi cova
Bullichi al fin e poi sciolta in rimbrotti,
Qual da pentola umor, trabocchi e piova ?Maraviglia ben è che sien si cottiAlcuni di studiar, ben che la sorteMai sempre incontro a lor le ciglia aggrotti :
E che ci sia un drappel cui sol conforteIl suo valore ; ond’ ei, come in un vallo,Contro al furor del secol si tien forte ;
Sì che te, o Italia, che al tuo onor vassalloE in arme e in toga il mondo tutto avesti,
Or non beffeggi il Prussiano e’J Gallo.
Segui, onorato stuol (i), le vie ch’or pesti;
E ad onta ancor de la spilorcia etateSostien tu Italia onde il natal traesti.
E tu, platano illustre, a le cui grateOmbre pur or novellamente io seggoPer acquistarmi anch’ io nome di vate ,
Ergi i tuoi rami ognor; che, s’io ben leggoPie lo avvenir, de’valorosi Insubri,
Sotto un astro men reo, la fama io veggoVolar da gli Arimaspi a* liti rubri.
(l) L* accademia de* trasformatij la quale mtcflil platano per impresa.
POESIE PASTORALI, CAMPESTRIE PESCATORI E.
SONETTI.
I.
Ecco Bromio, pastori, ecco Lieo
Col tirso in mano e co* fanciulli a canto :
Udite il suon medesmo, udite il cantoCol qual già in Tebe il grande ingresso ci feo.Ecco Sileno che di vin s’empieoL’irsuta barba e *1 setoloso manto,
E percutendo va di tanto in tantoL’asin che sol di sua vecchiezza è reo.
Tirsi, quel bel monton che t* addìi* ioPresso a quell* elee con un colpo atterra,
Indi sacralo allegro al grasso dio:
E tu , Damon , che se* robusto , atterraSileno e l’asinel pigro e restio;
Che va *1 cavallo e ’l cavaliere a terra.
11 .
ucsto biondo covon di bica or toltoPenda innanzi al tu* aitar, santa Vacuna;
Poi che felicemente oggi raccoltoDal campo abbiam le spighe ad una ad una.Ecco che noi giacciam col sen disciolto
Or che s* alea la notte umida e bruna :Tu ’l sudore ne tergi e intorno al voltoCon la dolce quiete i sogni aduna.
Tai cose i mietitor da le fatiche
Del dì tornati, poi che ’l sol cadea,Dicevano sdrajati in su le biche :
E intanto il bue ebe ’l dì trainato aveaIn disparte pascevasi di spiebe ,
E lo stanco drappel non v* attendea.
111 .
oi che ciascun vendemmiator sì sente,Mentre toglie a la vite i pondi suoi,
Tra gli scherzi e le risa inni altamenteCantare al domator de’ liti coi,
Togli, Graspin, la cesta ed il taglientePicciolo ferro adunco, e andiam pur noiTra le viti cola ; ma tieni a menteDi non tanto mangiar, se ber tu vuoi.
Vedi come quel tralcio il palo fasci ?
Quivi con Filli a sgrappolar ti mettiDove l’uva mi par legata a fasci.
Ma non far poi che si colei t’alletti
Co* cenni o col gracchiar che tu ne lasciSotto l’avare frasche i grappolelti.