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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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POESIE PASTORALI ,

IV.

Ahi quante, ahi quante dì pietate ignudiFan prede i lupi de le fresche agnelle ,

Sì che non vai che a vigilar su quelleIl povero pastor fatichi e sudi t

Questa felice è ben che i denti crudiDe le belve non teme ingorde e felle;

Poi che dal branco de le pecorelle,

Almo pastor , la togli e la rinchiudi.

Qui non la guasteran fascini o ineunti,

Ma vedrai come bella, e senta scabbiaDi più candide lane ognor s’ammanti:

E fia che il lupo indarno giri ed abbiaInfine a starsi all’ ovil chiuso innanti,

Alto ululando per disdegno e rabbia.

V.

Sì vaga pianta e si gentile avea

Con mie lunghe fatiche a tal riduttaChe le sue fronde invidiar pareaOgni arboscello, anzi la selva tutta.

Nè più di Borea o d* Aquilon temeaContra i be’rami suoi l’orrida lutta:

Ma lieto a la sua dolce ombra sedeaPur cogliendone alfin le prime frutta.

Quando Giove improvviso ecco disserraFulmine che col colpo i rami adorniIn uno e me con lo spavento atterra.

Or giace il parto di si lunghi giorni ;

Ed io stommi guardando in su la terraCh* alcun germoglio a pullular ritorni.

vi.

Quella pianta gentil eh’avea battutaCon le folgori Giove in sul terrenoCosi rapidamente era cresciutaCh’ i’ n’avea colmo di dolcezza il seno.

Ma ’l mio compagno agricoltor vedutaNon prima 1* ebbe che d’invidia pienoSenti pungersi il cor d’aspra feruta,

Sol volendo indiviso arbor si ameno.

Con ascosa per tanto ignobil arte

I be’frutti m’invola , e pien di duoloMe il tronco ad odorar lascia in disparte.

Torna , o Giove, a cacciar l’arbore al suolo;Che chi niun vuol de’ suoi piaceri a parteBen non merta costui di goder solo.

VII.

Da questo cerchio che sul lito io segnoCon la verga tremenda e in cui ti mettoNon partirli, o Damone, e tienti in pettoLe sillabe possenti ch’io t’insegno.

Ecco son già presenti a un piccini segnoDe la mia man Tisifonc ed AtettoE d’Beale triforme il vario aspettoE gli altri numi de lo stigio regno.

Ecco io gl’invoco: O de gli oscuri e bui

CAMPESTRI 7 ECC.

Fiumi d’Àverno abitatrice schiera ,

Damone ascolta, o me in vece di lui.

Fa per la forza de la mia preghieraChe la donna eh’un tempo amò costuiA poco a poco si distrugga e pera.

Vili.

Tirsi, non tei diss’io ch* all* aere foscoNoi l’aremmo trovala T Or vedi comeL’infame strega con le sciolte chiomeVa dell’ erbe cogliendo intorno al bosco.

Tirsi, certo ella è dessa, i’ la conosco :

Ecco m’ ascondo e chiamo lei per nome :

Vedi, vedi com’ella si dischiome,

Come spiri da gli occhi acceso tòsco.

Ahi ch’ella udimmi ! ahi già n’ha scorti I or sentiCh’ali*orrende bestemmie ha sciolto il freno:Ah noi meschini! ahi sventurati armenti!

Deh! tre volle sputiamo!, o Tirsi, in seno;

Cliè se ’l gregge da lei ci viene or spento,

Ah ! Tirsi, ah ! noi possiam salvarci almeno.

IX.

Sciogli, Fillide , il crin e meco t’ungiD’ esto liquor che ne le man ti spargo ,

Poi quest’ osso più stretto a quel più largo,Che d* uomo son, con le verbcue aggiungi.Indi accendi 1* aitar dal rio non lungiChe lento va tra l’uno e l’altro margo;

E mentre io d’acqua il sacro aitar cospargoA questa cerea immago il cor tu pungi.Ecco l’ombre d’Averno al sacro locoVengon scotendo l’atre faci, e’l solePer lo fumo s’oscura a poco a poco.

Tu non temer ; ma di’ queste parole :

La pace che tra loro han 1’ acqua e ’l focoAbbian gli amanti ancor Licida e Iole.

X.

Già s’odon per lo cielo alti rimbombiDe i fulmini sonanti, e vanno presteL*oscure nubi a radunar tempeste:

Volgete , amiche , pur .volgete i rombi.

Tu dispogliati, o Nisa, in sino a i lombi ,

Si come i’ faccio ancor, d* ogni tua veste :

E mentre i’ patio a le net’ ombre e meste ,Volgete, amiche, pur volgete i rombi.

Ecco cercan ricovro che li scampi

Greggi e pastor sotto le querce antiche ,

E paventan le ninfe i tuoni e i lampi.

L’ uve di Tirsi , e di Damon le spiche

Son peste e tronche per le vigne e i canili :Fermate pur , fermate i rombi, amiche.

XI.

Accendi il foco, Elpin, mcntr’io mi bendoDe le candide fasce il crine e ’l petto;

E non temer del mio cangiato aspetto,

Or che ’l magico nume iu seti comprendo.