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POESIE PASTORALI, CAMPESTRI, ECC.
XVIII.
LA FESTA SILVESTRE (I).
Se a me ÌI destin di celebrar contendeNel tuo cospetto, inclita donna, il giornoChe a te diè vita e fece il mondo adornoD’ogni pregio e virtù che in ciel risplende,
Gradisci alrnen quel che da lungi ascendePuro mio culto al tuo regai soggiorno ,
E gl’inni accogli onde sonar* fo intornoL’eco silvestre che il tuo nome rende.
Sai che indegni di te più non son questiLari e le tazze che di vini or empioTe festeggiando in fra gli amici onesti ;
Poi che del prisco Filemon l’esempioOspite nume ritornar qui festi,
E la capanna mia cangiasti in tempio.
XIX.
Lungo ’1 Sagrai mentre i pastor le goteGonfiando van su le ineguali Vanne,
Amico, i’ so che assai più dolce andranneLor suon congiunto a le tue dolci note.
E intanto che ’l commosso aere percoteL’opposte rupi, da le sue capanneOgni ninfa silvestre a udir verrauneTuo canto che le fere addolcir puote.
Oh te felice, al quale il destro fatoTant’ozio dona, e a rustical concentoDentro al paterno suol vivi beato !
'Alni me non già, in fin che a forza intentoA se mi tenga il dubitoso piatov Che nel foro usar suol garrulo c lento.
XX.
\
Circa di merci preziose e rare,
Coll’ aure amiche intorno, agile e prestaGirsen vid’ io senza curar tempestaUna nave superba in mezzo al mare.
E per l’onde vicino al lito chiare,
Col remo il qual di faticar non resta,
Di due tavole a pena insiem contestaUn’umile barchetta, i’ vidi andare.
Sorse vento improvviso, e l’una tostoA la ripa vicina in braccio corse,
E ’l legno altier cadde tra l’onde assorto.
Così ’l miser, diss’ io , eh’ al basso è postoPresto si salva; e chi più in alto sorseMiraeoi è se pnò ritrarsi al porto.
(i) In nome del marchese Molinari a Gioseflì -na Teresa Maria vedova del principe Vittorio diSavoja-Carignano. Ella aveva visitato prima ilMolinari nella villa detta della Painu presso Te-rese ed invitavalo allora ad una sud villa pel pro-prio giorno natalizio. Il Molinari scusasi dall 'an-darsi.
XXI.
I muojo alfine; alfine, o cruda Eumolpi,Su quest’ umide reti entro a la barcaGiacer mi vedi, e te non fia ch’io incolpiChe d’un freddo sospir mi se’ ancor parca.
Non temer più del mio tridente i colpi ,Squamoso gregge : alfin colui sen varcaAd altro lìto che di tenie e polpiOgni nassa traea dell’onde carca.
Toglietevi, o compagni, or le mie canne( Ah mille volte le lor cime a voiVeder curve sia dato! ) e le mie reti.
Questo legnetto sol meco verranne
Per varcare, atra Stige, i gorghi tuoiQuando Caronte a un si infelice il vieti.
EGLOGHE.
I.
L1 C O N E.
Dunque, ninfa crudel, dunque a’miei versiNon vuoi porgere orecchio e vuoi ch’io peraCon tanto pianto onde il mio volto aspersi ?
Ben di natura sì maligna e fiera
Son pesci in mar fra i ceti e le baleneChe allor scnton piacer quand’ uom dispera.
Ben cantan più gioconde le sirene ,
Mentre s’avveggon che l’incauto pinoAllettato dal canto a lor sen viene.
E va tanto correndo il bue marinoSopra ’l veloce notator che ’l vedeProvar nell’ acque 1’ ultimo destino.
Ma come tanta crudeltà risiede,
Ninfa, in te che non sei di squame cintaE non hai fesso in doppia coda il piede ?
Àlmen t’avesse il tuo furor sospintaA saziarti un dì del sangue mioE a lasciar questa vita un giorno estinta.
Me lasso ! il core hai sì crudele e rioChe più spietata de i marini mostriConceder non mi vuoi quel che desio.
Alfine andrò negl’ infernali chiostriQuando sii sazia de’tormenti miei,
E fia eh’ a dito allora ognun ti mostri.
Costei, diranno i pescator , costeiFece morire il misero Licone;
Punitela dal cielo , o sommi dei.
Vedi Mopso, Dameta e Celadone ,
Ch’amati essendo da le ninfe loro,
Cantan pe’liti ognor dolci canzone.
Son io forse men bello di costoro?
Ho pur le luci del color dell’ onde,
Ho pur le chiome del color dell’ oro.
E se nel volto mio non si diffonde
Quel bel vermiglio che la guancia tinge,
Per la tua crudcltatc egli s’asconde.
Pur nessuno di loro i flutti cinge,