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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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POESIE PASTORALI,Com’io, con tante e si diverse reti,

Nè contra i pesci tanti ferri stringe.

E sai Lcn tu se ’l padre mio mi vietiD’andar col pesce a la città soventeOnde i giorni trarrci felici e lieti.

Poi ch’io compro or un fiasco, ora un tridente;

E se ’l denaro il genitor mi chiede

Tosto cento e più scuse io volgo in mente:

E gli vo raccontando, ed ei sei crede,

O che *1 perdei, nel ritornar , per via ,

O che mancante il comprator mcl diede.

E se non fosse così cruda e ria,

Qual meco è sempre, la mia pescatrice,

Spesso qualche liel dono anch’ella avria.

Ma come mai, come sperar ciò lice,

Se questa fera impietosir non ponnoTanti sospiri che ’l mio petto elice?

Quando fia mai quel dì che in lieto sonnoRiposar mi sia dato, e in me si posiColui eh’ è del mio cor signore e donno ?

Ahi 1 che prima vedrò gl* impetuosiCarabi pace aver co la murenaE l’ansie andar co’ labraci spinosi ,

Pria di state vedrò bianca la mena

Ch* io possa dire un dì : Quest’ è quel giorno,Quest’è l’ora ch’io debbo uscir di pena.

Ben diece volte ha rinnovato il cornoCinzia dal cominciar de’ miei lamenti,

E pur mai sempre a querelarmi io torno ;

O se co i remi faticosi e lentiGuidando vo la piccolctta barraO se distendo la mia rete a i venti ;

E non è ninfa così al pianger parcaChe, nell*udirmi sospirar, non abbiaDi lagrime la guancia umida e carca.

Tal or mi getto in su la nuda sabbiaE vo la dura terra e i duri sassiPer lo dolor mordendo e per la rabbia.

Ne vai che un qualche pescator che passiPietoso mi sollevi e dia conforto,

Perchè accrescendo il mio dolor più vassì.

L’altrier pensando al mal che in seno io porto,

Ahi disperato ! fui per affogarmi,

S’un mio compagno non si fosse accorto,

Che , veggendomi all’onde avvicinarmiIn viso smorto e nel guardar travolto ,

Non so dove lontan venne a menarmi.

E di certo, o crudel, non andrà moltoChe in fondo all’ acqua estinto mi vedrai ,Comunque io siami o disperato o stolto.

E forse allor qualche piotate avraiDel mio mìsero caso, alfìn bagnandoDi qualche lagrimetta i tuoi be’rai.

Ma v* è nel Nilo un ficr dragon che, quandoHa divorato l’uomo, alfìn sen giaceSopra l’ossa spolpate lagrimando.

Ne piange no la belva aspra e rapacePer pietà, ma perchè più non ritrovaOnd’ empierò la bocca ampia e vorace.

Tal, s’avverrà eh’a te da gli occhi piovaStilla di pianto sul mio caso amaro,

Ciò non fia per pietà che ’l cor li mova ;

CAMPESTRI, ECC. gì

Ma perchè del mio strazio a te sì caroNon potrai sazfar quel fiero pettoIn crudeltà sì mostruoso e raro.

Sotto qual clima e sotto quale aspettoDi fiera stella il primo di vedesti,

E qual tana ti diè la culla e ’l tetto ?

Certo in mezzo del mare, empia, nascestiFra Porche e le balene e le pistrici,

E da le poppe loro il latte avesti ;

E fra i pesci dell’uomo i più nemiciConversasti mai sempre, e l’ariete,

La tuli e lo scorpion ti furo amici.

Ma poss’ io perder la più bella rete,

Se non ti penti un dì di tanta asprezsa,

Poi che andate saran l’ore più liete.

Allor maledirai la tua fierezza ,

E ti dorrai di non avere il fruttoGoduto a tempo de la tua bellezza.

Empia, ma che farai poi che distruttoFia lo splendor che subito si struggeFuori che consumarti in rabbia e ’n lutto?

Sì come acciuga al foco , si distruggeVostra frale beltà, donne superbe ,

E com’ onda del mar sen passa e fugge.

Abbi dunque pietà de le mi’ acerbePene, o leggiadra pescatrice e bella,

E vieni meco a riposar sull’ erbe.

Così non ti dirò più cruda e fella, *

Nè de le fiere o de i marini pesciPiù dura, più spietata c più rubella.

Prendi P esca e la canna, o bella, ed esciQui dove io giaccio in su la mia barchetta ,E in quest’ acqua i tuo’ rai confondi e mesci.

Qui P onda pura cristallina e schiettaA far preda di lucci e di carpioniLe pescatrici e i pescatori alletta.

Vieni: bo serbato un cestcllin d’agoniCh’in una tratta ho presi sta mattina;

E vo’ che sien, se qui verrai, tuoi doni.

Ma lasso 1 a che pregar ? costei s’ostinaTanto contra di me, quant’io mi doglio;

E sono i preghi miei l’onda marina

Che invan batte e ribatte in uno scoglio.

II.

S E B E T O.

Or che già la stagìon fiorila e bellaFa tutte intorno rallegrar le cose,

E i pesci e i pescatori allegri e prontiCorrendo vanno in questa parte e in quella,E le lor ninfe di ligustri e roseSu la riva del mar cingon le fronti ;

Ora eh’ ogni animai lieto s’ abbraccia

Col suo compagno in su le verdi erbette,

E la tenera vite all’ olmo appressoStretto lo ticn con amorose braccia ,

E dì soavi e belle lagrimctte

Per lo dolce piacere il bagna spesso ;

Sol io lontan da’ conosciuti liti,

Mesto , dolente, abbandonato e solo ,

La mia perdita piango e la mìa ninfa.