I
9^ POESIE PASTORALI
Qual altro pescator fia che s* additiChe tante ahliia cagion d’ amaro duolo ,
Sia pur di questa o di remota linfa ?
Sou io Sebeto, il pescator sì vivo
Che in su la spiaggia de la gran SirenaCosì lieto garzon fui già creduto ?
Quel che col suono e col cantar giulivoFuori dell* onda in su la secca arenaI più timidi pesa avria tenuto ?
Son io colui che in pesratorj giochi
Sovr’ogn'altro compagno il pregio ottenni,
E eh’a ingannar coll’esca e co la reteI semplicetti pesci avea sì pochiUguali in su la riva ond’io qua venni?
O canne, o reti mie, non più vedreteIl vostro pescatore j e se *1 vedeste,
Non credereste mai che desso i’ sia !
Or vengan pur le grasse tinche a rivaCo i lascivetti lucci, e co le presteOcchiate i persici , ora che la miaFiocina giace irrugginita e privaD’una man che la spinga, e ’l mio tridente,
Fitto là giù nell’ arenoso fondo,
D’alga e di musco si ricopre intorno.
Ahi ! misero Sebeto , e chi ti senteAlleviar co la voce il grave pondoDi quel mal che ti preme e notte e giorno ?Questo lito, quest’onda e queste pianteNon t’odon già 5 che se potesse udirtiUna cosa insensata, udresti ancoraLe scabre selci a la tua voce infranteE 1* onde algenti e quest’ incolti ed irtiÀlber aspri ululati mandar fuoraAccompagnando i tuoi tristi lamenti.
Ma voi , veloci pesci e leggiadrettiChe per quest’ acque ognor scherzando andate,Se mai vi fece andar più tardi e lentiAmor che incende ancora i vostri petti,
Abbiate voi del mio dolor pietate.
Quell’io eh’un tempo mi credei feliceSovr’ogni pescator che ’n onda peschi,
Or sono a tal, colpa d’amor, ch’io stimoUom non esser in riva od in pendiceCui peggio amor co la sua pania inveschiDal principio del core infino all’ imo.
Ove son iti que’ felici giorni
Quando soletto ne la mia barchettaLe reti a’ pesci in sul matlin lendea,
Senza eh’ un labbro o due begli occhi adorniMi ferissero il cor d’aspra saetta ?
Ben sciolto allora a mio piacer godeaLieto cantando in su le rive ameneE dolci balli co le ninfe biondeE co’ leggiadri pescator tessendoAl suon di corde e d’incerate avene.
Ma poi che amore il suo velen m* infondeFin dentro al seno, i* vo sempre piangendojSì ch’io non spero di trovar riposoPer fin ch’i pesci di quest’onde fuoriUscir non veggia e gir volando intorno.
Poi che i begli occhi e ’l bel volto amorosoPiù non riveggio onde n’uscian splendori
CAMPESTRI , ECC.
Che rendean da per tutto un chiaro giorno.
Ben ebbe un cor di fiera tigre o d’orsoColui eh’ al mondo quel bel lume tolseChe nel mio cor sì dolce strai confisse.
Deh perchè non correste in suo soccorso ,
Belle ninfe del mar? Perchè non volseNettuno il ferro e 1* uccisor trafisse ?
Ma, lasso 1 indarno il mio dolor mortaleVo disfogando a i duri sassi e all’ onda,
I quai nè senso nè pietà non hanno :
E ’l mio nemico amor vie più m’assaleE con vista più lieta e più giocondaPar che si rida del crudel mio danno.
Io starò qui su quest’ignota piaggia
Sol fra me rammentando il rio destinoFin che l’ aspra mia vita il duol mi tolga :
E se fia mai eh’ un di qui a giugner aggiaQualche buon pescator d’altro confino,
Fra poche pietre il cener mio raccolga.
Così non fia che in riva d’ AcheronteAndar mi faccia il rigido nocchiereVagando ancor nel sempiterno orrore ,
E’1 mio radaver sottoposto all’onteQui non rimanga dell’ ingorde fiereMiserando spettacolo d’amore.
111 .
NILALGA , ALCEO . TELGONE.
Nil. O sciocco pescatore, e che stoltezzaMeco ti spinge a far tenzon col cantoCon quella voce che gli orecchi spezza?
Ale. O sublime cantore, e perchè tanto
Or t’abbassi a venir meco in contesa,
Tu che riporti sovr’ogni altro il vanto?
Nil. Il ver tu di’ ; e s’a te sol vien resaDa’ rozzi pescator la palma , è soloPerch’or l’insania per virtute è presa.
Ale. 11 ver tu di’ ; poi che se in questo suoloV’ ha chi è ranocchio, ed usignuol si stima,Tu se’ per verità di quello stuolo.
Nil. Or non se' tu che d’uno scoglio in cimaL'altrier cantasti cosi dolcementeChe mi parevi una stridente lima ?
Ben mi sovvien che, sendovi presenteUna schiera di rane , sbigottiteSaltar tutte nell* acqua prestamente.
Ale. Or non se’ tu che, le tue voci udite,
Ogni canoro augel presto si tacque ,
Sendo le piche a cantar teco uscite ?
Ben mi sovvien che ’l dolce canto piacqueTanto a le dive che nell’onde stannoChe crcpavan di riso in fondo all’ acque.
Nil. Si, mi sovvien, e non è mira un anno,
Che tu togliesti al giovine LiconeDue belle canne con aperto inganno.
E perck’ei volea dir la sua ragione ,
Tu saltasti di barca ed adiratoGli corresti vicin con un bastone.
Ale. Anzi io quelle da lui avea comprato,
E mi ricordo ben che in pagamento