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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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VERSI

De* miseri mortali e orrore incontroAl fero mostro che d’Averno uscitoSol di sangue si pasce e di rapine ?

Certo che si ; però che a te la menteRagione irradia e saggio amor ti accendeDi cui filosofia fu a te maestraAllor eh* esaminar su giusta lanceTi fé* il valor de le mondane cose.

Tempo fu già che i mari, i fiumi e PalpiPoucan confine a i regni, e non P immensaAvidità che ognor più alto agogna.

Ciascun signore allor ne le sue terreYivea contento del primier dominoChe a luì natura o altrui piacer donava,

Vie più che d’ oro e di purpuree vestiRicco del cor de i sudditi beati.

I campi cran sua cura e Putii*artiE il commerzio e gli studj a Palla amici,

Onde fiorendo ogni città sorgeaPiù ricca e bella e le frequenti vieDi popolo infinito adorna e piena.

Che se talora ambizioso spirtoDi por tentava all’altrui patria il frenoE regnar sopra gli altri, incontanenteQual dall’aratro e qual da le officineBalzar vedeasi : e, tra lor fatto un nodoChe ìndissolubil fe stringea per sempre,

S’ avventavan feroci, e dell’ ingiustoAssalitor le forze ivan disperseIn un momento. Allor l’amica pace,

Qual dopo lieve uuvoletto estivoFa il ciel sereno, sopra lor ridea.

Felice tempo, oiinè, quanto desioDe’ tuoi placidi giorni a noi lasciasti,

Poi che venne a turbar sì bel riposoMostro infernal che di superbia nacque 1Per lui prima divenne arte e scienzaDar morte all’ uomo e la più nobil vitaSprezzar ridendo. Origine celesteEi finger seppe s e per le aurate cortiSapienti adulatori a sue menzogneAccrebber fede allor che 1’ empia guerraChiamar consiglio dell’ eterna mente ,

E dir fur osi che sena’ essa i poliMal reggerebbon l’insoffribil pesoDi tante genti a cui d’alloggio e pascoSaria scarsa la terra. Empj ! Che DioCreder sì ingiusto che a pugnar 1* un frateSpinga coll’ altro e del lor sangue ei goda ?

For:? mille altre vie non bastan ancoOnde viene al suo fin l’umana vita «

Rosa da gli anni o pur tronca ed iufrantaSubitamente ? Intanto il crudo mostro,

Ognor crescendo, ognor più accorto finseNomi e sembianze : e lui ragion chiamaroLe ambiziose meuti a cui sol piacqueSopra le altrui rovine erger se stesse.

Por lor consiglio i regi a certa morteSpinser per forza incontro all’armi e al focoI miseri soggetti, i quai lo scettroDato avean loro per salvar se stessiDall esterno furore e aver securc

SCIOLTI. 95

All’ombra d’un signor vita e ricchezze.

Fu poi detto valor fra i giovaniliAudaci spirti, a cui fa spesso ingannoL’ombra falsa d’onor; che non nel tórreL’oro e le vite altrui virtù s*appoggia,

Ma sì ben nel versar fiumi di sanguePer la sua patria e assecurar con unaMille di cittadin preziose vite,

Cb’esser dea solo de la patria a un figlioCara gemma e tesoro. In cotal guisaCorse l’acherontea belva le terre.

Nulla più fu securo. Invan natura

Di monti inaccessibili rinchiuse

I popol varj , e sciolse i regj fiumi

A divider gli stati. Innanzi a lei

Tutto s’aperse ; e ponderoso e curvo

Da le antiche sue sedi il santo Dio

Tcrmin levossi : e quello allor fu visto

Che da natura a le medesme fere

Negato fu ; eh’ ove il leon non pugna

Contro il leone, e contro al tigre il tigre,

Pugna l’uom contra l’uomo e a morte il cerca.

Che più ? cotanto osò l’orribil furia

Che , di religlon prese le spoglie

E posto il ferro in mano all’uom, gli disse :

Uccidi pur; che così il ciel comanda.

Tutto così inondaron l’orienteE la Gallia e l’Italia arme ed armati:

Nè salvi andaro da furor sì ciecoLe stesse al sommo Dio vittime sacre ;

Però che sotto al vastator suo piedeSparso rimase il suol d’ossa insepolteE d’arsi templi e di sfrondati gigliDi vergini pudiche e caste spose.

Nè al piè licenzioso pose frenoL’oceano immenso; ch’ei 1*erculee metePassò superbo e l’alte sedi infranseE i legittimi imperi, e giù dal tronoGl’ innocenti signor balzò spietato ;

E giunse a tal che vóto di mortaliLasciò il terreno onde partissi in primaE quel dove approdò. Deh 1 poi che al colmoDi sua fierezza è P implacabil mostro,

Pera oggimai, e a’ desideri umaniFreno si ponga ond’ei si nutre e accresce;

Si che i primieri dì tornin sì belliE sospirati assai. Ben la lor puraLuce tornava a rallegrar poc’ anziQuesto secol felice in cui la donnaDell’ Istro impera, a cui le sagge voglieSolo il ciel detta al cornuti ben rivolte;

Se da settentrione il fero turboNon dissipava la su’ amica pace ,

Cui per tornar ne la primiera sedeI magnanimi eroi sudan pugnando.

Vincan lor armi a cui dal cielo assisteL’alma giustizia: e noi tessiam frattantoNova corona a i vincitor futuri.