SAGGI DI TRADUZIONI LIBERE.
Il (I).
Io di Lidia il gran re non mi rammento,
Ma spregiator di ricche gemme e d’oriDe la mia sorte unni vivo contentoE non invidio a’ re gli ampj tesori.
Sol concesso a me sia la guancia e *1 mentoCosparger d’odoriferi liquoriEd a lo specchio d’un bel fonte intentoCingere il cria di porporini fiori.
L’oggi m’importa» e l’avvenir non curo:
Per ciò questi miei dì labili » o tuBacco, sien tuoi ; eh’ a te bevendo il giuro,Prima eh’ un qualche mal mi dica : Orsù,Ànacreonte » andiamo al regno scuro :
Getta ’l bicchier ; non s’ha a bever più.
Ili (a).
S > .
io mi credessi che con ór la morteSi potesse tener lontan da noi ,
Vorrei ben dall’occaso a’liti eoiIr cercandomi ognor più amica sorte.
E quand’ ella picchiasse a le mie porte ,
Le direi: Piglia e va pe’fatti tuoi.
Ma se fuggir non posso i colpi suoi,
A che piangendo far l’ore più corteiDunque » poi che così fatai destinoIo non posso evitar» mia cura siaConversar con gli amici e ber del vino ;
O su le piume con la donna miaPassar scherzando i dì felici in sinoChe la Parca ne sciolga ingorda e ria.
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EPIGRAMMA DI CATULLO (4).
Per molte genti e molti mar condotto »
O mio germano, finalmente io sonoA quest’esequie miserande addottoPer far l’ultimo a te funebre dono.
E poi che te medesmo a me non buono
Destino» ahil tolse e il tuo bel stame ha rottoIndegnamente » oimè 1 vo’ dir qui pronoSu la tacita polve un vano motto.
Questi doni però tu accogli intantoChe ne’funebri sagrificj offrioDe’maggiori il costume antico e santo.
Questi accogli pur tu » eh’ assai del mioSono grondanti ancor fraterno pianto ;
E addio per sempre » o mio germano » addio.
ODE XIII DEL LIB. HI DI ORAZIO.
0 del vetro più chiaro ameno fonte »
Degno di dolce vin » cinto di fioriDomane avrai un caprettin cui fuoriSpuntan le prime corna in su la fronte.
Indarno ei mostra le sue voglie pronteOr a l’aspre tenzoni » or a gli amori ;
Poi che avverrà che i gelidi liquoriDel suo sangue vermiglio esso t’impronte.
Te l’ore atroci dell’ardente cane
Non san toccar; tu doni a’tauri lassiD’arare amabil fresco e al vago armento.
Però tra l’altre andrai chiare fontane ;
Ch’io l’elce canterò ch’ombreggia i sassiCavi onde scorre il tuo loquace argento.
IV (3).
e di Bacco il liquor nel mio cervelloColl’ ammirabil suo poter penetra ,
Ogni cura sen va nojosa e tetra;
Già mi par d’esser ricco e d’ esser hello ;E vo cantando or questo carme , or quello,Or sedendo su 1’ erba » or su una pietra »E col pensier calco la terra e l’etra»Dominando il destin secondo e ’l fello.
Stia fra l’arme a pugnar pure il guerriere ;Ch’ io sol questo desio nel cor mi portoDi contender tra ’l fiasco e tra ’l bicchiere.Dammi la tazza pur, fanciullo accorto;
Poi che involto in un dolce almo piacereMeglio è certo giacere ebbro che morto.
( 1 ) Ode XV.
( 2 ) Ode XXIII.
<3) Ode XXVI.
SQUARCIO DEL SERM. IX DEL LIB. I d’ORAZIO.
avo a sorte, come spesso io soglio,
Per la via sacra, non so quali bajeMeco pensando e tutto assorto in quelle.
Ed ecco a me correndo se ne vieneUn che di nome a me noto è soltanto,
E la mano mi afferra ed, Oh ! che fai ,Gioja mia cara ? Non male per ora,
Io gli rispondo ; e a voi bramo qualunqueCosa vi aggrada. Ma scguendom* egli ;
Volete voi nulla da me ? gli dico.
E quegli a me : Oh t -ci conoscerai ;
Noi siam persona dotta. Tanto meglio,Replico a lui : e meschino, cercandoPur di scapparne, ora il cammino affretto,Or mi solfermo, or del ragazzo io parloQualche cosa all’orecchio; e . . .
(4) Carm. XCIX.