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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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FRAMMENTI

D’ UN SERMONE

A GIAN-CARLO PASSERONl.

O meco ìn fin da gli anni miei più verdiCongiunto di virtù, d’amor, di studj,Passeroni dabben , di’, non ti sentiDispettosa pietade e rìso acerboSu le labbra e nel cor quando tu ascoltiLa temeraria Italia alto romoreMenar parlando di scienze e d’arti?

Apri libero i sensi. E non t’è avvisoCh’ ella or ne parli come il macilentoPopolo a cui falli la messe parlaSempre di pane, o nell’ estiva ardenteSiccità parla ognor di pioggia e d’acqua ?Certo che si : però che tu sagacePenetri a fondo con la mente; e inoltreVedi, se gli occhi tu rivolgi intorno,

Lo stato de le cose, avverso ahi 1 troppoA quel eh* era di già. Ma i detti nostriBeffa insolente il giovin che pur j’eriScappò via da le scuole e che, provvistoDi giornali e di vasti dizionariE d* un po’ di francese, oggi fa in piazzaIl letterato e ciurma una gran turbaDi sciocchi eguali a lui. Odi cli’ei dice:

O vecchierelli miei, troppo è già notaL’usanza vostra; di sprezzar vi giovaL* età presente ed esaltar 1* etadeChe voi vide sbarbati. E qual vi restaIn questi di cadenti altro confortoFuor che la dolce vanità con molteVane querele lusingar tossendo?

Invano, invan di richiamar tentateL’antica calza in su le brache avvoltaE le scarpe quadrate e i tempi oscuriQuando con formidabile staffileRegnarono i pedanti, a cui dinanziCon boccaccia e con strani torcimentiStrìdevano i fanciulli ....

D’ UN SERMONE

AL CONSULTORE PECCl.

O saggio amico, che corregger tentiCon dotte carte il popolar costume,Bell’opra imprendi. E oh te beato assai!Se giugni ad ottenerlo : a te dovrassiMarmoreo simulacro in mezzo al foroCui l’arbor dodonea le tempia infraschi.Odimi non per tanto. Ampio torrente11 popol è che rovinoso scende

Da la montagna e seco avvolti menaI colli e le foreste. Or che faraiPerchè men crudi dell’orrìbil corno

I colpi sieno ? Apporterai soccorso

Di tronchi e pietre e di possenti traviOnde arrestar la perigliosa piena ?

Certo non già: ma, come suol l'alpinoAbitator, con le robuste marreE con le scuri fenderai da i latiNuovi cammin per cui dispersa vadaLa violenza de le rapid’ acque.

Or quinci intendi eh’esser cauto debbeMolto colui che a riformar si poneDel popolo ì costumi. In van si sforzaChi a lui s’oppon direttamente e, come

II cinico indiscreto, incontro al corsoDe la folla si spinge e quinci e quindiUrta e percoté e co' gomiti punta.

Dall’ un de’ lati fia miglior consiglio

A poco a poco ed a la destra spallaVolgendo il viso e in su due piè ristrettoInsinuarsi. Anco tal volta giovaFinger di secondar l’impeto folleDe la corrente. Tu ciò sol che opponsiA la comun felicità riprendi,

Ne il riprendi però : loda più tostoLa contraria virtute, onde s* accendaIl popolo a seguirla c non abborraL’udir d’esserne privo. Qual più saggioDi Socrate fu mai? Qual miglior cosaInsegnar si potea che un solo nume?

Ma non di meno chi odioso il nomeNe rendette ad Atene? ....

D’ UN IDILLIO.

]Morbo crudele avea rapito a FilliSposa d’un anno giovinetta il primoUnico dono de' suoi casti amori ;

Misero! all’aure de la dolce vitaEsposto a pena e subito, con molloE del padre e di lei tenero pianto ,

Inviato a la tomba. Eran due lune)

Lassa! ch'ella il piagneva. Era un mattinoDel vago maggio : e sola ella sedeaDinanzi all’ uscio de la sua capanna ;

E d’un altro bambin soave al gremboPeso facendo , a lui porgea dal seno ,

Con piacer misto di tristezza, il latte.Spettacol grato! U sol nascea dall’altoDel colle e giù per lo pendio del ColleLargo torrente versava di luce,

Cui la fresca rugiada in infinite