Buch 
Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
Seite
111
JPEG-Download
 

FRAMMENTI.

I 1 I

Rompea scintille ; e zefiro spirando

La tremula facea chioma de’ pioppi

Susurrar dolcemente e il primo velo

Increspar de lo stagno. ÀI sol novello

Tutto parea chieder la vita. I fiori

L’erbe le piante con visibil gara

Bevean spirto e vigore j e gli animali

Chi qua chi là , qual d* un , qual d’altro cibo

Non più per se che per 1* amata prole

Ivan cercando. L’anitra vagante

Con largo piè su per lo stagno i figli

Insegnava tuffarsi entro a le chiare

Onde a pescarne il vitto. Il cumul denso

De la pula spandea con le materne

Zampe la chioccia e crociando anch’ ella

Chiamava i figli a ricca mensa : e quelli

Solleciti affrettando i picciol corpi

Con lieto pigolar venieno a lei.

Il rossignolo, il cardcllin, la caraOspite rondinella intorno a i pieniDe la sobole lor nidi aleggiandoL’esca cercata per molta campagnaDividevan solerti. Altrove poiL’otri villose del suo petto offrivaAl capretto la capra : e col grondanteCapexzol sopra il novo parto starsiGodea la mansueta vaccarella.

A si teneri aspetti il cor di FilliSospirava commosso : ed ella i lumiDi lagrime bagnando a se dicea :

Povera Filli ! ecco a le madri tutteE dato di nodrir la propria prole ;

E tu pasci l’altrui. Diceva, e quasiPentita del suo dir, dolce inchinandoGli occhi al bambin che le pendea dal seno ,Premea la poppa con le dita : e quegli,

Pago del novo scaturir del latte ,

Gli occhi loquaci mitemente al voltoDi lei volgeva e grato esser pareaDel caro stame ond’ ei tessea la vita.

Cosi Filli si stava j ed ecco in questaVenir Nerea.

D’ UN’ EPISTOLA.

"V* iva cui piace in fra i tumulti assortoDe la ciltade ; e de i piacer si nutraChe folle emulator de la naturaL’uom fabbricossi. Io so che alfin ne suggeAmarezza o fastidio : e so che poiLungo costume che io intrica e avvince,Quando più n’ ha desio , tornar no ’l lasciaA la madre del semplice, del puro,

Del verace piacere, a la , oimè ! tardiConosciuta natura. O somma diva iO Venere immortale I o de le coseEterna genitrice ! Io te cercando,

Io te seguendo vo per ogni calleDove l’uom non corrompa il tuo bel voltoE, pago d’imitarti > a te non osiContender le tue palme e traviarli

Dall’ eterno cammin , ridicolosoMostro facendo de la tua bellezza.

E bella in ogni parte al guardo altrui,

Tutta bella egualmente è la natura,

Come bella tu sembri al guardo altrui,Amabile Teresa, a cui ragionoNell’ ozio che mi danno i tuoi bei lumi ,Cui nemico destin veder mi toglie.

Bella è qualor d’ogni suo fasto alteraSpunta col novo sol del monte in cimaE al suo primo spuntar giù dal pendioVersa un torrente di volubil luceChe abbevera le piante e i fiori e l’erbeE gli uomini e le belve : e bella è ancoraQuando il notturno suo sidereo mantoSpande sopra le cose. E qual sul colloDel crinito destrier bella è mai sempreO ne la coda del pavone occhiuta,

Tal su le squame de la serpe, taleIn fra le anclla de la ruca , taleDell’immobile echino è su la crosta.

Così tu, del mio core unica meta,

Così piaci mai sempre al guardo altrui,

O sia che ornata sul bel capo avvolgaCon leggiadra testura in varj nodiLa versatile ognor dovizia immensaDe’ tuoi bruni capegli, e ’l ciglio alteroE 1* elittico assai cerchio de gli occhiE il foco de le due nere pupilleCombattano all’ aperto } o sia che chiusaTra i domestici veli.

DEL POEMETTO

SULLA COLONNA INFAME (i).

Quando tra vili case in mezzo a pocheRovine i’ vidi ignobil piazza aprirsi.

Quivi romita una colonna sorgeIn fra l’erbe infeconde e i sassi e il lezzo,Ov’uom mai non penetra, però ch’indiGenio propizio all’ insubre cittadeOgnun rimove alto gridando : Lungi,

O buoni cittadin , lungi, che ’l suoloMiserabile infame non v'infetti.

Al pie de la colonna una sfacciataDonna sedea che de la base al destroBraccio facea puntello j e croci e roto

(i) Colonna eh* esisteva in una piazza di Mila-no presso la chiesa di s. Lorenzo per monumentod* infamia contro alcuni pretesi rei di veneficio.Essa fu atterrata, perchè non ricordava a* posteriche la barbarie e l* ignoranza de 3 tempi in che vifu collocata.

Questo frammento, conservatoci da Domenico Ba-lestrieri in una nota al canto Vili della Gerusa-lemme liberata travestita in lingua milanese, cifa ardentemente desidemre V intei'O poemetto , chesi è smarrito.