na
FRAMMENTI.
E remi e fruste e ceppi erano il seggioSu cui posava il rilassato fianco.
Ignuda affatto, se non che dal colloPendeale un laccio e scritti al petto avevaObbrobriosi e in capo strane mitre,Terribile ornamento. Ergeva in altoLa fronte petulante e quivi sopraAvea stampate con rovente ferroParole che dicean: lo son l’Infamia.
Io che, Virtù seguendo, odio costei ,
Anzi gloria immortai co* versi cerco,
A tal vista fuggia, quando la donnaAmaramente sorridendo disse :
Così dicea la donna 5 e il vii DispregioE mille turpi genj intorno a leiLa gien beffando intanto ed , inframmesso11 pollice a le due vicine dita,
Ad ambe mani le faceano scorno.
D’ UN* ODEALLA DUCHESSA
SERBELLONI OTTOBONI.
pesso de’ malinconici sapientiMi risi entro al mio core,
Duchessa, allor eh’ io li vedea pensosiE con ciglia dolentiIncrociando le palme accusar l’oreDe’ nostr’ anni affannosiE gridar : Nessun ben sperar non osiQualunque è nato ad abitar quest’orbeChe de’ mondi miglioriCure, affanni e dolori,
Quasi sentina Universale, assorbe,
E in cui solo al meschin uom la sventuraDel nascere al morir la vìa misura.
Folli che da sè stessi a se formaroDurevole tormento,
E i pasciuti di duol tetri e ferali
Occhi mai non alzaro
In viso a la speranza un sol momento
Che con verdissim* ali
Venia da lunge diradando i mali.
Ansi mirando ognor veste e divisaMutarsi all’ emisferoE a gli uomini pensieroE voglie a gli animai, sol essi, in guisaD* eneo colosso, stabile la penaPiantar nel mezzo a si volubil scena.
Qualor vid’io la dura alpina vettaBianca d’orribil geloAssiderar lo spettator lontanoDissi a me stesso: AspettaE vedrai tosto al più tiepido cieloSciolto di mano in manoScender quel freddo smalto all’oceano.
E qualor vidi spaventose nubiTòrne improvviso il giorno
E folgorando intornoIr minacciando grandine che rubi11 rustico sudor, mi confortaiDicendo : Il sol, non andrà molto, avrai.Cbi osato avrebbe in que’ sì neri giorniCh* ora spargi d’oblioA te predir, duchessa, ora più lieta-E dir : Fia che ritorniPace al tuo core ; e dominar men rioVedremo un dì pianetaSul vìver tuo c’ha il disperar per meta?
Io sì lieti presagi avea per certoFormati entro al mio seno;
E tempo più sereno
Scorgea per entro all’avvenire aperto,
Non già qual Febo all’ ebbra mente nostra,Ma qual ragione a’suoi seguaci il mostra.Come fermo e costante in contro a gli urtiDi fortuna rubella
Lungamente reggesti il petto e l’alma ?
Con quai nobili furti
Togliesti a gli occhi altrui la tua procella,E mostrasti la calma,
Doppia ottenendo dal combatter palma ?
E la virtude istessa il tuo mal feaA te gustar più lento,
E dell* ermo tormento
Nessuno a parte col tuo cor volea:
Però che le tue pene e i danni tuiLe parean minor mal che l’onta altrui
D’ UN’ ODE
SULLA CHINACHINA.
h corteccia possente, oh raro donoChe, per uman conforto ,
Fin dal regno degl’Inchi il mar traduce,Poi che fu tua mercè se or salvo io sono,
A te fervida luce
D’eterni carmi debitore apporto;
Si che in Parnaso a gloria tua si veggia
Quanto a me sii più cara
Di questa fronda avara
Che le mie tempie inutilmente ombreggia.
Lasso I fra pochi giorni interno focoDi febbre contumaceErasi ancor ne le mie vene accenso.
E ben che un dì parca lenisse un pocoQuell* empio ardore intenso ,
Ah 1* altro, aimè , quanto venia più audace !
Così tiranno a cui fierezza è scudo
Sa incrudelir più lento
Coll’industre tormento
Onde al confronto poi torni più crudo.
Ma tu per me fusti l’eroe che volaIn soccorso de’buoni,
Seco traendo insuperabil forza t
E tra il popol che piagne e si consola ,
Corre a la reggia, sforza
Le ferree porte e in fra le grida e i suoni