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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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ELOGI E DISCORSI.

ed a divulgarsi gli eccellenti esemplari dell’eloquenzae della poesia ; e possono essi per mezzo della scrit-tura volare inalterabili da uu capo all’altro dellaterra e passar sotto gli occhi e penetrar per gliorecchi di tutti e in un’arte o nell’altra risvegliardei talenti che senza di questo avrehhon perpetua-niente dormito.

lo non ridetto giammai a quella famosa età dellarepubblica d’Atene nella quale si vide quasi in unmomento sorgere e perfezionarsi ogni bell’arte, dif-fondersi l’ordine, l’eleganza, la venustà, la magni-ficenza sopra tutto il materiale della città , e neltempo medesimo l’eloquenza, la gentilezza, la soa-vità, la benivolenza, l’atticismo finalmente spargersiper tutte le case e formare il carattere di tutti icittadini: io, dissi, non ridetto giammai a quellafamosa età che non mi paja di vedere il facondoPericle così ragionare al popolo ateniese :

O Ateniesi , onde viene questa felice rivoluzioneche io veggo quasi subitamente esser seguita fra voi ?Oude questi portici che con tant’ordine, con tantavarietà, con tanta grandezza ombreggiano le vostrepiazze e sorprendono insieme e rapiscono i vostrisguardi? Onde questi tempj, queste gallerie, questiteatri, dove l’ordine e l’ornamento , temperando lamole e rompendo l’uniformità e alleggerendo la gra-vezza, solleticano, non stordiscono l’immaginazionee appagano gli animi vostri, mentre gli occhi nonsi stancano di mirare? Onde queste statue, dove laregolarità, l’armonia, la verità, la morbidezza, legrazie regnano per ogni parte? Onde questa Mi-nerva madre vostra, che dall’altare ov’è collocataspira la grandezza? e questo Giove olimpio, la cuimaestà agguaglia lo dio c accresce la religione de’popoli ? e questa Venere , o giovani ateniesi , chev’empie di fuoco col nudo suo marmo e vi tran-quilla insieme e vi tien lontani con quell’aria dipudore e di semplicità? Chiedete, o Ateniesi, ai vo-stri non ancor decrepiti padri qual fosse Atene neltempo della loro fanciullezza. I loro edificj* porta-vano in fronte il suggello della rozza necessità chegli aveva innalzati } i loro tempj più vencraudi era-no capanne coperte di lauro. Vedete l’areopago,dove si ricoveravano una volta coloro che voi an-cora stimate l’unica tutela de* cittadini ^ vedetenele rovine di travi informi e di creta , spogliate diquella maestà che pure è solita dì sedere e di farsipiù grande fra le rovine. Chi è, chi è, o Ateniesi,che ha cagionato questo così sùbito , così grande ,così fortunato cambiamento fra voi? Forse la sagu-cità , lo studio , 1’ applicazione de’ Greci ? Ma chefecero questa sagacità e questo studio in tanti se-coli che scorsero prima di Solone ? Forse l’esempiodelle vicine nazioni? E come potevano i Greci fral’enormi e prodigiose masse dell’Asia e dell’Egitto,dove non altro si ammira fuorché la pertinacia delleadunale e replicate forze iì*»gli uomini, imparare acongiugner cosi felicemente alla maestà 1* eleganzae la delicatezza alla solidità ? Qual vicinanza tro-vate voi mai fra quegli sforzi bizzarri e giganteschie questa regolarità, quest’ordine , questa sublime,questa magnifica armonia che voi con gli occhi state

‘bevendo nel punto medesimo che vi parlo? Dunqueun subitaneo entusiasmo si è acceso fra i Greci ;dunque da esso, quasi da un monte gravido di sot-terraneo fuoco, sono scoppiate per ogni parte lescintille del genio e del bongusto , die avvampanotutta la nazione. Vi sovviene , o Ateniesi, di Pisi-strato, di quell’uomo eccellente in cui amaste ognicosa fuorché il nome della tirannide? Vi sovviened’Ipparco figliuolo di lui? Vi sovviene che il pa-dre con infinita diligenza raccolse certi poemi cheandavano tronchi ed oscuri per le provincie dellaGrecia e che il figliuolo ordinò che fosser cantatia tutta la Grecia ne* giuochi del popolo c dellagioventù? Voi m’intendete, o Ateniesi. Omero,Omero fu quegli che sparse tanta luce in Atene ,che nobilitò di tanti difficili tesori la vostra patria,che vi fece conoscere il bello, che vi accostumò agustarlo. Che altro erano mai, prima che le costuiopere fossero divulgate, i lavori del nostro scarpelloe del nostro pennello, che altro erano mai fuorchémutoli sforzi di quella naturale tendenza che lial’uomo all’imitare, fuorché aridi contorni dallasgraziata precisione delle linee presentali agli occhinostri ? Noi sentivamo, é vero, mancar qualche cosaalle anime nostre} noi sentivamo che, per rimediodella nostra noja , ci doveva esser qualche cosa dipiù tranquillo dell’amore e dell’ambizione, che ciera un bello creabile anche da noi, che fra i la-vori della nostra mano e fra gli edificj da noi in-nalzati ve u’ era uno, ve n’ era una parte clic agliocchi nostri piaceva ; ma non si poteva da noi in-dovinare come ciò fosse. Tornava il nostro scarpelload imitare , ma le sue imitazioni non avevano némoto né vita. Noi andavamo in traccia di nuoviornamenti, ma questi ornamenti o erano un nuovocapriccio clie ci dispiaceva, o un’imitazione de’pri-mi che ci erano dispiaciuti. Ma quando questo cie-co , per opera di Pisislrato e del figliuolo , fu avoi ben noto, o Ateniesi, fu egli che tolse il velodagli occhi vostri, che lo squarciò djl viso dellanatura e vi disse: Mirate, scegliete, ymtate, quista il bello} ma questo corpo è troppo immenso ,e voi gli siete troppo vicini per veder la bellezzadel suo tutto : approssimate le belle parti disperse,componete le simili, e colle vostre mani medesimecreerete un nuovo bello.

Così mi sembra che Pericle dica : e tale fu ve-ramente l’opinione universale de’Greci, i qualinon solo giudicarono che da Omero derivasse inquelle famose repubbliche il bongusto in tutte lebelle arti ma eziandio i più sublimi principj dellescienze e tutta quanta insieme la prudenza dellecose della guerra e di quelle della pace. Ma co-munque sia di tutto ciò , a noi basti di poter converità asserire che, prima che Pisislrato grandissimoamatore delle belle lettere rendesse celebri le opered’Omero ; 1’architettura , la scultura e la pitturamuttimameute non meritavano il titolo di belle artifra i-'.$ft»ci j che subito dipoi gli artisti, quasi a gara,si diedero allo studio d’Omero } e che in un se-colo solo immediatamente successo a Pisislrato visalirono le aiti a quell’estremo grado di perfezione