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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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126 ELOGI E

sorgenti deriva quel piacere cìie dal poeta ci vienministrato.

Per rimanere convinto di ciò egli è mestieri diprima riflettere a quanto sono per dire. Tutte learti che sono di un’assoluta necessità al viver del-l’uomo sono state comuni ad ogni tempo e ad ogninazione, come sono l’agricoltura e la caccia. Ma,perciocché l’uomo non solo ama di vivere ma ezian-dio di vivere lietamente, così non è stato pago diaver ciò solamente che il mantiene, ma ha procu-rato ancora ciò che il diletta.

Adunque non solo le arti che sono assolutamen-te necessarie ma quelle anrora che per loro naturae non per la sola opinione vagliono a dilettarci, sonostate in ogni tempo comuni a tutte le genti, e sidee dire che queste, perciò appunto che sono statesempre comuni ad ogni popolo, non per l’opinioneche in ogni paese è diversa, ma per una reale im-pressione che tuttavia e di lor natura fanno soprail cuor nostro, vengano a recarci diletto.

Tanto piu universali sono poi state sempremaiquelle arti dilettevoli al soccorso delle quali nonbisognano stranieri mezzi ma la mente basta o gliorgani dell’uomo stesso: perciò comuni a quantipopoli abitano la superficie della terra furon sempreil canto, la danza e nullameno di queste la poesia.

Cominciando dagli Ebrei fino agli ultimi popolidella terra , tutti quanti hanno avuto i loro poeti.Nè parlo io solo delle nazioni ch’cbber riputazionedelle meglio illuminate , ma delle barbare ancora ,anzi delle selvagge, presso alle quali non pur ve-runa scienza ma nìuna delle belle arti è fioritagiammai. Ci rimangono ancora memorie o graziosiframmenti della poesia degli antichi Galli, de’Celtie degli Sciti. Lungo sarebbe chi parlar volesse dellepoesie degli Àrabi, de’ Turchi , de’ Persiani, degliIndiani, delle quali molte veder possiamo tradottenelle lor lingue dagl’inglesi e da’Francesi. E purconosciuta da’viaggiatori la poesia della China, delGiappone, de’Norvegi, de’Lapponi, degl’islandesi,che in materia di furore poetico sono fra gli altripopoli singolari. Fino a* selvaggi dcll’Àmcrica, chenon hanno verun culto di religione, conoscono lapoesia.

Questa sola universalità adunque di essa siccomedimostra non esser la poesia una di quelle arti chedall’uno all’altro popolo si sono comunicate mache sembra in certo modo appartenere all’ essenzadell’uomo, cosi a me par bastevole per se mede-sima a dimostrare che un vero reale e fisico dilettoproduca la poesia nel cuore umano , non potendogiammai essere universale ciò che non è per sebene ma soltanto lo è relativamente.

Ma io odo interrogarmi : e in che consiste egliadunque e donde nasce cotesto piacere o diletto chein noi produce la poesia ?

Se noi ricorriamo all’origine di quest’arte, egliè certo che non altronde che da un dolce e forteaffetto dell’animo debb* esser nata , siccome da undolce e forte affetto dell’animo debbono esser natela musica e la danza. La benefica natura lia datoall’uomo certi segni sempre costanti cd uniformi

DISCORSI.

in tutti ì popoli del mondo onde poter esprimereal di fuori il dolore o il piacere. Tutti i popolisospirano, piangono, gridano allorché provano unaaffezione che dispiace alla lor anima; e tutti i po-poli egualmente saltano, ridono, cantano allorchéprovano un’affezione che alla loro anima piace. Permezzo di questi segni la medesima passione cheagita l’uno, fa passaggio al cuore dell’altro chen’ è spettatore; e a misura che questi più o menteme o più o meno spera la cagione del piacere odel dispiacere del compagno, ne viene più o menoagitato. L’anima nostra , che ama di esser semprein azione e in movimento, niente più ahhorre chela no;a ; e quindi è che volentieri si presenta atutti gli oggetti che senza suo danno metter lapossano in movimento ; e qualora non ha occasionedi dover temere per sé, sente piacere così de* lieticome degl’infelici spettacoli. Per questa ragione èche i Romani non provavano minor gioja dell’esserespettatori de’giuochi florali, dell’ovazione e de’trionfi che del combattimento de’ gladiatori. Il clicproveremmo noi medesimi, se la religione non avessepiù raddolciti i nostri costumi, se la carità non cifacesse tener per una parte di noi medesimi quo’meschini che già venivano sagrificali al diletto delpopolo, se le nostre leggi non ci facessero ahborrirein tali spettacoli l’ingiustizia, e se finalmente iltempo non ce ne avesse disawezzati. Bene il pro-viamo nondimeno negli altri spettacoli, quantunqueinfelici , ove non concorrano questi motivi. Chi èdi noi che non senta misto alla compassione an-che il piacere al veder di lontano una battaglia ,un vascello nella burrasca, un incendio o la mortedi un giustiziato? Perchè crediamo noi rlie tantopopolo accorra a somiglianti spettacoli ? E non cìdiletta egualmente, come l’aspetto d’una deliziosae fiorita collina, l’ispido, il nudo, il desolato, l'or-rido d’una montagna, d’un deserto o d’una caverna?

Ora que* primi uomini che a ragionar si poserosopra le cose, osservato avendo che così i segni deldolore come que’ del piacere recan diletto a chi limira, eccitando ne’cuori le stesse passioni non finoa quel grado però che le sente colui onde prima-mente provengono i medesimi segni, si diedero adimitarli, giudicando che l’imitazione quanto s'al-lontanerebbe dalla ragion del dolore , tanto s’avvi-cinerebbe al puro e solo piacere.

Cosi essi applicaronsi ad imitare le giaciture e imovimenti del corpo dell’uomo appassionato, c necomposero il ballo ; le diverse modulazioni dellavoce, e ne fecero la musica; i sentimenti e le pa-role, e ne nacque la poesia.

Come però i segni dell’uomo appassionalo sonosempre più veementi, più forti e per così dir*piùscolpiti che non son quelli dell’uomo che trovasi incalma, così riescono tali le parole e l’espressioni.Quindi è che la poesia ha un linguaggio diversoda quello della prosa; che esprime più arditamentee più sensibilmente i nostri pensieri; e vien soste-nuto dalle immagini e da certi tratti più vivaci elampeggianti: in guisa che corre tra il linguaggiodella prosa e quello della poesia lo stesso divario