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Tomo primo
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bì, mi han dato qualche diritto a distendermi più lungamen-te in sì fatta ricerca. Anzi prima d’abbandonarla, e di passa-re alle altre soprammentovate invenzioni venuteci dagli arabiho creduto opportuno qui rammentare alcuni lor pregi, chehanno qualche relazione colla presente. Da’ cinesi e da’persiani presero gli arabi l’arte di dare alla loro carta parti-colare nitidezza; e per rendere maggiormente bella e dilette-vole alla vista la scrittura seppero formarsi un inchiostro dìmaraviglioso lustro , e si studiarono d’ornare gli scritti di va-ghi e fioriti colori. Oltre questi artifìzj d’abbellire le carte,e di dare alle scritture più gradevole aspetto, d’un altro cidà notizia il Casiri, proprio soltanto delie membrane : Pellesvidelicet concinnandì tingendique , quae sive rubri sive nigri co-lo ris adeo nìtent , ut ego ipse ( dice ) in illis veluti in spe-culo me non semel conspexerim . Il quale lusso di calligrafìa de-gli arabi suppone un estremo raffinamento nella loro let-teratura, non meno che il moderno tipografico nella no-stra. Più utile ed interessante è l’invenzione tramandatacipure dagli arabi di notare i numeri colle cifre come usiamopresentemente; volendosi non senza ragione da alcuni, che lamancanza di tali cifre sia stata d’ostacolo a’ greci e a’ ro-mani per non /are nell’aritmetica e nell’algebra ulteriori pro-gressi . Non sarà dunque disutile una piu attenta ricerca so*p ra la loro introduzione nell’Europa.

L’erudito Uezio pretende (a), che i nostri caratteri nume- cifre na-

1 ' ' merali.

rali non vengano dagli arabi, nè dagl’indiani, ma che sienoin realtà i greci caratteri alterati e malconci dall’ignoranzadegli scritturali, e ad una minuta descrizione discende delmodo, in cui tale cambiamento potè accadere. Al contrario

(a) Dem. eyang- prop. iv.