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bili idee di liberare la loro patria dall’arabico impero malpotevano coltivare nè la lingua latina che andava in deca-denza , nè la volgare ch’era ancor nell’infanzia, nè verunaltr’arte di pace in mezzo a tanti strepiti e pensieri di guerra.Ma gli altri, che sotto la dominazione de’ mori godevano piùpacifica tranquillità, ebbero campo di conservare colla religio-ne e colle leggi la lingua latina, e di rivolgersi a’ lieti stu-dj delle scienze e delle lettere amene, che vedevano felice-mente coltivate ed onorate da’ dominanti. I dotti ecclesiasti-ci , e sostenitori zelanti del cristianesimo studiosamente pro-movevano l’idioma latino, ch’era diventato la lingua dellachiesa e delia religione. Sebbene, come altrove abbiam det-to , perfino ne’ sacri studj, nelle bibliche, e nelle canonichediscipline si venne eziandio ad introdurre la dominante de’saraceni. Allora sant’Eulogio, Sperandio, Sansone, e molt’al-tri dotti uomini co’ latini loro scritti gli errori maomettani,che fra gli spagnuoli cominciavano a propagarsi, valorosa-mente attaccarono, e le verità cristiane difesero, e la fede ,la costanza, ed ogni virtù promossero ne’ cristiani. Ma i be-gli spiriti, le persone gentili, gli uomini di mondo, tutti sirivolsero alle scienze, e al linguaggio, che più erano tenuti inpregio da’ loro dominanti. Ne’ pubblici e ne’ privati istru-menti, ne’ discorsi, nelle lettere familiari, e negli scritti diogni maniera facevasi uso dell’arabica lingua. Alvaro cordo-vese non poteva darsi pace di questo fanatismo pe’ nuovistudj, ed amaramente lamentavasi, che fra mille cristiani sene trovasse uno appena, che una lettera latina sapesse scrive-re , mentre v’erano molti, che non solo nella lingua, ma nel-la poesia arabica eziandio gli stessi arabi superavano : Linguamproprìam ( dice ) non advertunt latini, ita ut ex omnì Christicollegio vix inveniatur unus ex milleno hominum numero , qui sa-