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Tomo primo
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finta: ma appunto da questo stesso ricavo argomento di pen-sare, che già a que’ tempi non sol ne’ dorninj spagnuoli, manell’Andalusia, ed in Cordova, nel centro stesso degli arabicistudj si usava il cantare versi spagnuoli ; poiché altrimentinon mai sarebbe nata una tal finzione, nè poteva venire inpensiero ad alcuno di far cantare un pastore in versi non maisentitf. Anzi fingendosi un tale annunzio profetico come fat-to per gli arabi, il volere questo cantato non sol in arabo,ma in ispagnuolo eziandio, sembra in qualche modo provareciò che abbiam detto, che gli arabi stessi adoperassero l’unoe l’altro linguaggio.

All’esempio degli spagnuoli, che sotto l’arabico impero era- . £® ntinuano giunti a tanta perfezione nel poetare, come potevano ta-cere gli altri che si vedevano in libertà ? Anzi non avendoquesti l’ajuto dell’arabica lingua, formata già, e colta, poeti-ca ed elegante, dovettero per necessità balbettare la nazio-nale ancor rozza, e scrivere in essa tutti i lor versi. In-fatti i più antichi scritti poetici, di cui siasi conservata me-moria , sono di que’ luoghi, che o non erano stati domina-ti da’ saraceni, o ne avevano scosso il giogo. Io non cre-do i sopraccitati componimenti poetici della presa di Spa-

gna, e del fatto de’ Figueroa di quella sì remota antichi-tà, che lor si vuole dare; ma li tengo indubitatamente perantichissimi ; e que’ vetusti frammenti di poesia spagnuolasono scritti nella lingua di Galizia, non mai intieramenteassoggettata da’ saraceni. Il primo documento di tale poe-sia, di tempo e d’autore conosciuto, è d’un capitano porto-ghese o galiziano, Gonzalo Hermiguez, fatto a sua moglieOuroana verso la metà del secolo undecimo. Questo vieneriportato dal padre Brito nella Storia del Cistello (a), e quin-ta) Lib. vi, cap. i.

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