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Tomo primo
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dovessero i vati posteriori, che nella volgare favella volesse-ro poetare. Il Boccaccio, formato anch’egli su i latini e vol-gari poeti, ed esperto nell’arte del verseggiare, trasferì allaprosa il brio e la vivacità della poesia : il suo Decamerone èstato il libro da studiarsi da’ prosatori ^ e per l’eleganza dellostile, e per la sceltezza delle espressioni, e per la naturalezzade’ racconti ha fatto sì, che tanto sia benemerito il Boccacciodell’onore della colta prosa, come il Petrarca di quello dellapolita poesia. Queste tre immortali operette scossero il geniodegl’italiani, ed infuser anima e vigore nelle languide e mor-te fantasie per dare spirito e moto agli scritti.

Ma se altro maggiore incitamento non si fosse dato a’ buo- scritti n-

00 < tini.

ni studj che le tre opere sopraddette, forse quelle medesimesarebbono in breve tempo andate in dimenticanza, nè avreb-bero potuto giovare al rifiorimento delle lettere, che allor sifece. Gli scritti latini di que’ grand’uomini, che or giaccionopolverosi negli angoli delle biblioteche, valsero a fare rina-scere il buongusto più de’ lor capi d’opera nella lingua vol-gare. Imperciocché questi anziché letterari lavori venivano ri-putati intertenimenti d’uomini sfaccendati, e in vece di chia-mare gli animi allo studio si prendevano soltanto per solaz-zevole passatempo. Gli autori stessi pareva che arrossisserod’avere impiegate in simili fanciullaggini le loro fatiche. Ilperchè il Boccaccio, tuttoché intima amicizia professasse colPetrarca, pur nondimeno gli tenne celato il Decamerone permodo, che in più di venti anni di familiarissima confidenzadi tale suo scritto non gli diede il menomo sentore, finchéun accidente poch’anni avanti la morte non lo porse in manoal Petrarca . Ma gli scritti latini occupavano l’attenzione de’letterati, ed erano i soli capaci di richiamargli al dritto sen-tiero de’ buoni studj. La solenne corona, che con tanta pom-