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Studio de’libri amichi.
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pa fu conferita nel Campidoglio al Petrarca, e gli straordi-nar j onori, di cui in ogni città e da ogni sorta di personevidesi continuamente colmato, furono dovuti alla superiori-tà, che a tutti portava nello scrivere latino in verso ed inprosa. E il Boccaccio, non per la Fiammetta , o pei Decame -rone , o per qualch’altro scritto italiano, ma sibbene per leopere latine ottenne luogo tanto distinto nel ruolo de’ lette-rati . Questi scritti leggevansi dagli studiosi, ed invogliavanoi leggitori di seguire sì buoni esempj. Il Petrarca in una let-tera pubblicata dall’Abate de Sade (a) si lamenta dell’eccessi-vo numero di quelli, che si mettevano a verseggiare, e del-la copia de’ versi, che ogni giorno da ogni angolo, non soldell’Italia, ma di tutte quasi le provincie europee, gli piove-vano addosso; e dice, che perfino gli agricoltori, i falegna-mi, i muratori gli stromenti gittavano delle lor arti per trat-tenersi con Apolline e colle Muse. Il qual furore di poetarese d’incomodo riusciva al Petrarca, doveva però recare van-taggìo al rifiorimento della buona letteratura; dacché questorichiamava gli studiosi all’attenta lezione degli antichi scrit-tori latini, che sono le vere guide da rimetterli nel dirittosentiero. '
Infatti le opere magistrali de’ romani, ch’erano sconosciu-te e neglette perfino dagli eruditi di quell’età, allora comin-ciarono ad essere ricercate, ed a tenersi in gran conto. I ver-si di Dante sopra l’italiano poeta Guido Cavalcanti fanno ve-dere, che quest’uomo avuto in fama di dotto e di egregio poe-ta non istimava punto il gran Virgilio. Il re Roberto, tutto-ché amator passionato egli fosse delle lettere, e da continuosi trovasse attorniato da’ letterati, non venne mai in pensiero
(a) Tomo ni, pag. 243.