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simo si debba dire il vantaggio, che dall’infortunio de’ greciritrasser le nostre lettere.
La greca letteratura aveva sofferte quasi le medesime vi- ucende, a cui si era veduta soggiacere la latina. Decadde an-^ m | r o ecch’essa finalmente dal buongusto negli studj, nè potè lun- sundnÒpoitgamente far fronte alla dominante barbarie. Vinse l’amoredelle dialettiche arguzie, e le frivole sottigliezze occuparonoil posto delle utili ed importanti questioni. Le greche tradu-zioni della dialettica di Pietro spagnuolo, del libro de’ sofis-mi del filosofo Tommaso e d’altri libri latini a cose dialetti-che appartenenti, che tuttor esistono nelle biblioteche di Fi-renze, di Madrid, ed altre, sono troppo chiari argomenti del-la decadenza, in cui era venuta la greca letteratura. Già dagran tempo mancavano alla Grecia gli uomini veracementeeruditi; e non senza fondamento potè dire il Boccaccio diBarlaamo amico di lui, e del Petrarca, uomo non più chedi mediocre sapere, ^che da molti secoli indietro non si eraveduto il compagno fra’ greci (a): Nedum hìs temporibus apudgraecos, sed nec a multis saeculis citra fuisse yirum tam insignitamque grandi scientia praeditum . Ed io osservo, che l’impera-dore Cantacuzeno volendo magnificare il sottile ingegno, edil profondo sapere di Barlaamo dice, che letti aveva Euclide,Aristotile, e Platone, e ch’era perciò tenuto in grand’onore;quasiché rara assai fosse allora la lettura di tali autori, equesta sola servir potesse a commendazione di grand’ingegno.
Nè più cognizione avevano i greci delle opere d’Omero, ben-ché fossero più dilettevoli, e godessero d’un grido più uni-versale. Il Petrarca in una lettera, che col solito suo entusias-mo scrive ad Omero, dopo d’avergli detto, che in Firenze
(a) Gen. Deor. lib. xv, cap. tL